di Francesca Marruco

Volevano patteggiare una pena di due anni Andrea Montrone e Maurizio Agneletti, rispettivamente titolare e collaboratore del diving di Talamone che fornì bombole da immersione piene di monossido di carbonio a Fabio Giaimo, Enrico Cioli e Gianluca Trevani, morti il 10 agosto dello scorso anno durante un’immersione alle isole Formiche. Ma il pm ovviamente non ha prestato il consenso con una pena così bassa, e così venerdì mattina il gup di Grosseto li ha rinviati a giudizio per omicidio colposo plurimo aggravato. Il giudice ha invece prosciolto Daniela Lucciola, la moglie di Montrone amministratore della società.

Due anni Per loro il processo per omicidio colposo plurimo aggravato e lesioni plurime aggravate  inizierà il 4 dicembre. Nessuna richiesta di rito abbreviato dunque, come sembrava alla vigilia dell’udienza, ma una richiesta di patteggiamento  a due anni. E a chi ha storto il naso sentendo di una pena così lieve, l’avvocato di Andrea Montrone, Riccardo Lottini, che la riteneva invece una «pena congrua» ha spiegato:«Anche per la Concordia i patteggiamenti sono stati di questo tenore». Ma, incassato il niet della procura – in aula c’era il pm Giuseppe Coniglio in sostituzione del titolare delle indagini Stefano Pizza -i legali sono andati dritti verso il rinvio a giudizio.

Non sono estranei ma neanche demoni «Siamo contenti – dice Lottini – perché era l’unico risultato possibile. Vorrei che fosse chiaro il concetto che abbiamo espresso in maniera concorde: noi non pretendiamo di dire che c’è una completa estraneità, ma sosteniamo che le indagini non sono state fatte bene e la perizia non coglie nel segno e questo emergerà in dibattimento. Sappiamo che ci possono essere delle responsabilità, ma la demonizzazione fatta di Montrone e Agnaletti non corrisponde a quelli che sono i fatti». Montrone e la moglie Daniela Lucciola erano presenti in aula, e, nonostante non abbiano mai incrociato gli sguardi dei parenti delle vittime, il legale vuole evidenziare che «a loro va tutta la nostra sincera vicinanza».

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Risarcimenti E poi è lo stesso legale a spiegare che per quanto riguarda la partita dei risarcimenti,«Montrone ha messo in vendita un immobile del valore di qualche milione di euro di sua proprietà e ne ha vincolato la metà del ricavato ai risarcimento per questo processo, ma le parti civili hanno preferito chiedere un sequestro conservativo dei beni». E Gianni Spina che rappresenta la moglie, la sorella e il figlio di Fabio Giaimo, ha voluto esprimere «soddisfazione per l’accuratezza e la completezza con cui la procura ha svolto le indagini preliminari».
Adesso dunque non resta che attendere lo svolgimento del processo di primo grado.

Perizia Processo in cui, c’è da scommetterlo, la perizia in cui si parlava di «situazione di generale approssimazione e precarietà delle attrezzature», «stato dei filtri disastroso», «sette bombole prive della verifica periodica prevista dalla legge» e «gestione delle operazioni di ricarica assolutamente incompatibili con la sicurezza e diligenza ordinaria» avranno un ruolo di primo piano.

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Accuse In particolare, per la procura di Grosseto, Montrone avrebbero ricaricato le bombole con due «vetusti compressori – uno del 1979 e uno del 1997 – collegati con tubi di aspirazione artigianali, dotati di raccordi precari ed inidonei ad evitare contaminazioni, di lunghezza insufficiente ( la Bauer consiglia una lunghezza di almeno 3 metri mentre misuravano 140 cm uno e 80 cm l’altro, ndr) e collocati ad altezza insufficiente ad evitare che lo scarico di fumi indotto dai motori dei compressori, in azione per il caricamento delle bombole, potesse venire aspirato dai tubi, e quindi finire all’interno delle stesse bombole ricaricate». Inoltre, secondo l’accusa, i tubi, già inidonei erano anche «posti ad altezza inferiore alla copertura in vetroresina e alla tenda parasole messe a copertura della parte poppiera dell’imbarcazione, tenuto conto della conformazione dell’imbarcazione stessa, con il cabinato e la copertura come contenimenti per possibili sacche di aria inquinata generate dall’azione combinata dello scarico dei compressori tenuti in funzione in sovraccarico per circa 4 ore consecutive e in condizioni climatiche ( scirocco, umidità, caldo e bassa pressione), ponendo gli scarichi dei compressori sopravento rispetto alla presa d’aria di riempimento delle bombole, determinandosi in tal modo delle sacche d’aria inquinata finite all’interno delle bombole».

Aggravante Entrambi, Montrone, è anche responsabile per la procura di aver «delegato all’Agnaletti senza avergli dato complete e precise istruzioni, anche mediante un manuale d’istruzioni della casa produttrice in relazione alle precauzioni da adottare durante le fasi di ricarica in ragione del rischio del monossido di carbonio», «senza assicurarsi che Agnaletti ricevesse una sufficiente e adeguata formazione in materia di salute e sicurezza, e in relazione ai rischi specifici dell’attività». Ad Agnaletti, nello specifico, la procura contesta invece di avere condotto tutte le operazioni di ricarica «senza avere adottato le necessarie precauzioni» e «rimanendo per la maggior parte del tempo al di fuori dell’imbarcazione, sul molo antistante e quindi senza potersi rendere conto della formazione di sacche d’aria inquinata da monossido di carbonio in corrispondenza dei tubi di aspirazione dei compressori». Non solo, perché l’accusa, oltre all’omicidio colposo plurimo aggravato, ha contestato loro anche l’aggravante di «avere agito nonostante la previsione dell’evento».

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