di Francesca Marruco
Tutti assolti e prosciolti perché il fatto non sussiste. Non c’è nessun colpevole per la strage del Broletto del 6 marzo 2013 in cui due impiegate della Regioen Umbria, Daniela Crispolti e Margherita Peccati, vennero uccise dall’imprenditore Andrea Zampi, che entrò negli uffici della armato di pistola e fece fuoco contro le due impiegate e poi si tolse la vita puntando l’arma contro se stesso. Le indagini scattarono immediate perché Andrea Zampi era malato di mente e non doveva avere quella pistola, detenuta in virtù di un porto d’armi per uso sportivo che gli venne rilasciato dalla questura di Perugia.
Indagini E proprio tre funzionari della questura, insieme al medico di base che rilasciò il certificato medico indispensabile per richiedere quella licenza, erano stati indagati. Perché quella catena maledetta di eventi che portò alla morte di due innocenti, scelte per l’esecuzione perché loro avevano gestito alcune pratiche relative a dei finanziamenti chiesti dall’azienda di Zampi, per il pm Massimo Casucci, aveva dei responsabili. Indagati per concorso colposo in omicidio doloso, perché, per svista o negligenza, avevano contribuito, per la procura, a concorrere negli eventi che culminarono nell’uccisione delle due donne e la morte dello stesso Zampi, i cui familiari si erano costituiti parte civile con l’avvocato Alfredo Brizioli.
IDENTIKIT: L’ASSASSINO – LE DUE VITTIME
Difese soddisfatte Ma adesso il giudice Luca Semeraro azzera tutto consegnando alle difese una vittoria schiacciante: assolti da tutti e tre i capi d’imputazione il medico di base Patrizio Sabatini, e la funzionaria della questura Giuseppa Alessi, che avevano scelto il rito abbreviato. Prosciolto il dirigente della questura Maria Letizia Tomaselli, e il funzionario amministrativo Corrado Carlo Eugenio.«Siamo contentissimi- dicono i legali di Sabatini, Franco Libori e Ilario Taddei – meglio di così non poteva andare. Siamo contenti soprattutto perché così viene restituita la dignità professionale al dottor Sabatini».
L’accusa Per l’accusa, il medico di base, «ha attestato falsamente nel certificato anamnesico specificamente volto al rilascio del porto d’armi l’assenza di disturbi mentali, di personalità o comportamentali a carico di Andrea Zampi, pur nella consapevolezza che quest’ultimo fosse seguito da strutture specialistiche per i disturbi mentali». Nello specifico, il medico di base di Zampi, «attestava falsamente l’assenza di disturbi mentali, pur nella consapevolezza che fosse seguito per i disturbi mentali, nonché il mancato uso di sostanze psicotrope pur avendo egli in più occasioni prescritto la somministrazione del Depakin, farmaco rientrante nel piano terapeutico predisposto dal C.S.M. di Perugia per il trattamento della mania correlata ai disturbi bipolari». Al medico venivano anche contestate le accuse di falsità ideologica in certificati commessa da persone esercenti un servizio di pubblica necessità e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in certificati o in autorizzazioni amministrative. Il pm aveva chiesto 14 mesi di reclusione per lui. Lui, tramite i suoi legali però si era sempre difeso dicendo di non essere stato a conoscenza della malattia mentale di Zampi che aveva avuto come paziente poco tempo prima.
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VIDEO: I PRIMI MINUTI DOPO LA SPARATORIA
I poliziotti Mentre gli altri quattro indagati, un dirigente, due funzionari e un agente di polizia, difesi dagli avvocati Francesco Falcinelli, Rita Urbani e Marco Angelini, erano accusati di non essersi accorti, all’esito del controllo alla Banca dati SDI eseguito da un altro impiegato, della segnalazione di un decreto emesso dalla Prefettura di Perugia di divieto per Zampi di detenere armi e munizioni e predisponeva il rinnovo della licenza e di avergli quindi concesso un regolare porto d’armi con cui lui ha potuto comprare un’arma e poi uccidere due dipendenti della Regione. L’avvocato Francesco Falcinelli, che difendeva la dottoressa Maria Letizia Tomaselli, ha espresso «massima soddisfazione per una sentenza che ha affermato l’insussistenza delle condotto ascritte alla mia assistita, ribadendone così la legittimità del proprio operato». Per il giudice duqnue, nessuno dei quattro è responsabile per quel porto d’armi dato nonostante il divieto della prefettura, e per quel certificato rilasciato nonostante la malattia mentale. Per quella pistola puntata contro due innocenti e poi contro sé stesso. Alle famiglie dei tre morti resta un dolore straziante e tante domande, che forse potranno trovare qualche risposta nelle motivazioni che hanno portato il guidice a questa scelta.
