di Francesca Marruco e Ivano Porfiri
Due colpi d’arma da fuoco contro le vetrine di due esercizi commerciali di Ponte Valleceppi e Ponte Felcino. Due episodi avvenuti il 6 febbraio e il 25 marzo, che hanno destato allarme e che hanno innescato immediatamente indagini a tappeto che si sono concluse martedì primo aprile con l’esecuzione di due ordinanze di misura cautelare in carcere a carico di una donna perugina e di un uomo calabrese, tre fermi disposti dalla procura e altri due arresti in flagranza, oltre ad un numero molto alto di perquisizioni effettuate nella zona dei ponti. I carabinieri dell’Arma territoriale di Perugia, insieme a quelli del reparto operativo speciale, hanno messo a segno un’operazione che probabilmente funger da coperchio di pandora per successivi ulteriori sviluppi, che potrebbero anche far finire l’Umbria nella già troppo lunga lista di terre in cui le infiltrazioni mafiose si insediano e si espandono.
Sparo in pescheria Andiamo per ordine. E’ il 6 febbraio scorso quando di notte qualcuno spara un colpo d’arma da fuoco contro la vetrina dell’Angolo del Pesce di Ponte Valleceppi. I carabinieri, del comando provinciale e della stazione di Ponte San Giovanni iniziano immediatamente le indagini chiedendo al proprietario del locale se potesse esserci qualcuno che ce l’aveva con lui. Inizialmente sembra non emergere nulla, salvo poi scoprire che la persona che ha in affitto il ristorante ‘Simposio’, che si trova nel complesso ricreativo Giardini Thebris di Ponte Felcino di proprietà del titolare della pescheria, non pagava il canone di affitto da due mesi.
La ricostruzione L’informazione viene subito approfondita, anche perché il proprietario della pescheria dice di aver sollecitato più volte il pagamento e di avere dei contrasti con l’affittuaria del locale perché il contratto stipulato prevedeva una polizza assicurativa di 150 mila euro, mentre invece lei ne aveva accesa una da diecimila. Intanto, i riscontri tecnici fanno emergere che la notte dello sparo, avvenuto all’incirca alle 21.10, un Renault Express furgonato bianco – ripreso dalle telecamere di atri esercizi commerciali – passa nella zona a fari spenti. Proprio nello stesso momento in cui una donna che stava prelevando al bancomat sente un «tonfo» molto forte. Quando poi i militari vedono lo stesso furgone in uso ai gestori del ristorante Simposio, non restano molti dubbi sulla paternità del primo gesto criminale.
Il ruolo di Procopio L’attività tecnica dei carabinieri (all’indagine hanno partecipato i militari del reparto operativo diretto dal tenente colonnello Pierugo Todini, quelli della stazione di Ponte San Giovanni diretti dal luogotenente Martinelli, e quelli del Ros guidati dal capitano Goffredo Rossi) però apre un mondo che forse non ci si aspettava. «Per noi – ha detto in conferenza stampa il colonnello dei carabinieri Angelo Cuneo – Antono Procopio, calabrese del ’79, residente a Perugia dal 1998 è in maniera inconfutabile l’autore del danneggiamento alla pescheria». Procopio infatti avrebbe una relazione dell’affittuaria del ristorante e da alcuni mesi di fatto gestisce lo stesso insieme a lei, ed è con lui che la donna si lamenta della richiesta di denaro di Francesco Ercoli, che lecitamente reclama gli arretrati. Procopio dunque, secondo la ricostruzione accusatoria, a firmare la richiesta di misura cautelare sono il procuratore aggiunto Antonella Duchini e il sostituto Gemma Miliani, imbraccia un fucile – rubato, con le canne mozze, il calcio tagliato e la matricola abrasa – e lancia un segnale inequivocabile al proprietario della pescheria, di comune accordo con l’affitturia del ristorante Lucaroni Benedetta, finita anche lei in manette.
Il secondo sparo Il fucile, con cui secondo i riscontri balistici sono stati effettuati entrambi i danneggiamenti, viene ritrovato in un campo, nascosto in mezzo ad oggetti in disuso, due giorni dopo il secondo episodio del 25 marzo. Stavolta, a trovare un buco di una pallottola nella vetrina, sono i proprietari della pasticceria Duranti di Ponte Valleceppi. E il motivo dell’avvertimento, che i militari hanno ricostruito captando le conversazioni degli arrestati ha dell’incredibile. Ma prima di spiegarlo va specificato che a Procopio e la Lucaroni viene contestata anche la raccolta e la spendita di banconote false. E il 25 mattina e Procopio va a fare colazione alla pasticceria-panificio Duranti. Poco dopo rientra dicendo alla commessa che gli aveva dato come resto una banconota falsa. La commessa gli dice che è impossibile visto che loro le controllano tutte. Da lì nasce una discussione, al culmine della quale la donna lo invita a lasciare il negozio. Il movente per lo sparo sulla vetrina, anche se appare assurdo, è proprio questo. E la sera, travisato in maniera quantomeno pittoresca – con una parrucca bionda, una maschera in faccia e un mantello – torna al locale e apre il fuoco, sempre secondo la ricostruzione dei militari.
Altri due arresti Martedì mattina, in esecuzione dell’ordinanza cautelare emessa dal gip Alberto Avenoso, oltre ottanta militari del comando provinciale di Perugia e del reparto operativo speciale, oltre ad effettuare numerose perquisizioni, hanno anche arrestato in flagranza altri due uomini e fermato altri tre per cui la procura ha disposto il fermo. Si tratta di Mirko Angelini, perugino incensurato classe ’87, a cui viene contestata la detenzione di un altro fucile da caccia rubato, sempre con la matricola abrasa e le canne mozze. Diego Mangialasche, incensurato del ’75 beccato con dodici grammi di cocaina, e ritenuto affiliato al gruppo criminale cui fa capo Procopio. In carcere anche Salvatore Lerose, nipote del Procopio, di appena 20 anni, il bulgaro Kasimir Krumor, che secondo l’indagine ha aiutato nel trasporto, nella detenzione e nell’occultamento delle armi rubate, e Basha Bilbil, albanese del ’72, ritenuto autore dei furti in cui sono stati rubati i fucili.
Armi, droga e soldi falsi «L’inchiesta – ha spiegato ancora il comandante Angelo Cuneo – ha fatto emergere un gruppo che gestiva abitualmente armi rubate, spacciava droga e metteva in circolazione banconote false. Per ora non sono emerse evidenze per contestare l’associazione a delinquere, tanto meno di stampo mafioso, anche se è indubbio che le modalità destano particolare allarme, e le indagini che certamente non sono terminate qui vanno proprio nella direzione di scoprire con chi e cosa si ha realmente a che fare». Procopio, fratello dell’uomo accusato e poi assolto per l’omicidio di Provenzano – avvenuto a Ponte Felcino –, nella vita non risulta avere un’occupazione stabile. In passato, nel 2006, era stato arrestato dalla squadra mobile di Perugia, su mandato della mobile di Catanzaro per traffico di droga.
Le accuse A vario titolo, agli arrestati vengono contestati i reati di detenzione e trasporto in pubblico abusiva di arma da fuoco, cessione illegale di armi, furto in abitazione, estorsione aggravata, minaccia grave, raccolta e spendita di banconote false. I militari anno anche sequestrato il ristorante Simposio perché ritengono che all’interno del locale sia stato custodito il fucile Beretta calibro 22 con cui Procopio ha aperto il fuoco. Il ristorante sarà dunque oggetto di una approfondita perquisizione, come lo sono stati molti terreni nei dintorni di Ponte Felcino, in cui i carabinieri credono di poter troare altre armi rubate. Perquisite anche la casa in Calabria di Procopio e quella dei suoi familiari. Procopio inoltre è accusato di un’altra estorsione che ha dei tratti che destano non poco allarme: ad una coppia che prima aveva usato per i suoi traffici, poi ha iniziato a chiedere insistentemente dei soldi. Non ricevendolin fece trovare loro fuori dalla porta di casa, prima un mazzo di fiori, poi delle frattaglie di un animale e infine un pezzo di legno. Alla fine, gli entra in casa e gli ruba mobili e anche due cani di razza, che si rifiuta poi di restituirgli.
Metodi preoccupanti Siamo di fronte a un metodo mafioso? «Certamente i segnali non vanno sottovalutati – concordano il colonnello Angelo Cuneo, il capitano del Ros di Perugia Goffredo Rossi e il tenente colonnello del reparto analisi del Ros di Roma Rubino Tomassetti -, però per ora, fortunatamente ci fermiamo qui. Certamente le indagini che si svilupperanno da questi episodi potrebbero portare a qualcosa». «Siamo qui – aggiunge Tomassetti – perché vogliamo evitare che, come in altri posti d’Italia, ci possa sfuggire una possibile infiltrazione criminale di stampo mafioso. Per ora questi sono episodi di ritorsione, ma proprio fatti del genere potrebbero essere il presupposto per poi subentrare nelle attività commerciali e quindi infiltrarsi nel territorio. Inoltre in Umbria episodi del genere ci sono stati anche in passato. Per questo stiamo incrociando i dati che ci sono per vedere se ci sono delle convergenze».

Quando potete dovete fare i nomi e cognomi perché siamo stanchi di avere davanti persone che non sappiamo chi sono !!!!
Io invece al posto dei nomi e cognomi che non mi interessano, volevo capire quando finalmente si inzierà a far sul serio pizza pulita di questi individui che riescono a sopravvivere nel limbo della INgiustizia che li lascia liberi di poter commetere reati e rimanere impuniti.