Luciano Gaucci e Saadi Gheddafi

di En.Ber.

Sognava di volare in Messico, Saadi Gheddafi, nell’estate 2011 mentre la Lidia stava cadendo nelle mani dei ribelli. Il piano di fuga dell’ex calciatore del Perugia di Gaucci, che aveva pagato per scappare insieme alla moglie e ai due figli con passaporti falsi, fallisce però in extremis. L’«operazione-Gheddafi» – scrive L’Espresso – è annullata per motivi mai chiariti, «forse troppi rischi», e il terzo figlio del dittatore militare Muhammar riesce soltanto a scappare in Niger prima di essere estradato in Libia, dove è tuttora detenuto.

«Il velivolo prescelto è un Hawker 800» Stando alla ricostruzione del settimanale Saadi è disperato ma non si dà per vinto e durante la guerra civile tenta «con tutti i mezzi» di scappare dal Paese in rivolta contro il regime del Colonnello. Per sbarcare in Messico l’ex giocatore avrebbe chiesto aiuto a Gary Peters, la sua guardia del corpo australiana con interessi in Canada. «Ma chi paga?». Secondo la ricostruzione dell’Espresso «i soldi li stanzia la società Lavalin, colosso edilizio canadese che in Libia ha ottenuto appalti per oltre mezzo miliardo, compensati da 160 milioni finiti a Saadi che ne ha reinvestiti una parte a Toronto». La trama per portare via Saadi coinvolge anche due donne, Gabriela Davila e la sua amica canadese Cynthia Varner, in contatto con il body-guard al quale si era rivolto Gheddafi junior. Per trovare l’aereo le due donne – è spiegato nell’articolo – inoltrano la richiesta al messicano Christian Eduardo Nunez. «Il velivolo prescelto è un Hawker 800» pilotato anche da Cynthia. «Il vicepresidente di Lavalin era pronto a finanziare il piano di fuga» – è scritto nell’articolo – che però «viene annullato all’ultimo minuto».

«Operazione-Gheddafi» L’epilogo Nunez viene arrestato per frode e in prigione raccontato i dettagli dell’«operazione-Gheddafi». Anche le due donne finiscono in carcere ma negano tutto e dopo 18 mesi trascorsi dietro le sbarre vengono liberate dalla Suprema Corte di Città del Messico. Gheddafi invece è ancora detenuto.

Cadillac, jacuzzi e panchine a Perugia Quella di Saadi è una storia straordinaria. Nel giro di pochi anni il rampollo del rais libico è passato dai troni dorati alle torture delle milizie islamiche. Dalle stelle dei campi di calcio della Serie A italiana all’esilio, passando per le case di produzioni cinematografiche a Hollywood, la parabola di Saadi annoiato e megalomane si è conclusa nella polvere. Jacuzzi, Cadillac e gioielli non ci sono più. A Perugia viene ancora ricordato per il soggiorno extralusso all’hotel Brufani, le panchine forzate cui lo costringeva Serse Cosmi, la figlia nata nel 2003 al Policlinico e per quell’imbarazzante figuraccia all’antidoping.

La fascia di capitano e l’uccisione del calciatore In Patria, sia pure tra mille polemiche, era riuscito a conquistarsi la fascia di capitano della nazionale maggiore. Ora non gode più della protezione del padre e il suo Paese lo accusa di aver ucciso il calciatore libico Bashir Al-Riani scomparso nel 2006. Anno in cui è stato il centravanti di riserva di Udinese e Sampdoria. E’ sotto processo anche con l’accusa di aver guidato le brigate dell’esercito soffocando nel sangue le proteste dei manifestanti alla fine del 2011. E’ anche accusato di presunta appropriazione indebita con la forza e di intimidazione armata quando era a capo della Federazione libica di calcio. «Sarà trattato secondo tutte le norme internazionali», ha garantito il governo di Tripoli. Ha 43 anni e rischia la pena di morte. Su quell’Hawker 800 non ci è mai montato, il suo piano per fuggire in Mexico è miseramente fallito.

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