La sede della Corte dei conti (©Fabrizio Troccoli)

La Procura regionale della Corte dei conti dell’Umbria ha chiesto la condanna di una funzionaria del Comune di Narni al risarcimento di 5.200 euro, ritenendo illegittimo l’affidamento di un incarico esterno collegato alla complessa vicenda del canile municipale. Il caso è stato trattato mercoledì di fronte alla Sezione giurisdizionale della magistratura contabile, presieduta da Giuseppe De Rosa.

Il caso Il procedimento riguarda una determinazione dirigenziale del 2020, con cui il Comune impegnò una spesa complessiva di 6.344 euro in favore di un avvocato incaricato di assistere l’ente nelle attività amministrative successive al lungo contenzioso sulla gestione del canile. Secondo la Procura, l’incarico sarebbe stato conferito senza il rispetto delle condizioni previste dalla normativa per il ricorso a professionalità esterne. In particolare, mancherebbe un formale atto di affidamento e non sarebbe stata svolta alcuna verifica sulla possibilità di utilizzare personale interno.

L’accusa Nel corso dell’udienza è stato ricordato che l’incarico appariva «privo di presupposti di legittimità e quindi il connesso sborso ingiustificato». Per l’accusa, rappresentata in aula dal sostituto procuratore Enrico Amante, «manca un espresso atto di incarico e manca soprattutto, da un punto di vista sostanziale, tutta l’analisi dei tre presupposti che pacificamente condizionano l’affidamento all’esterno di incarichi consulenziali». La Procura ha anche respinto l’eccezione di prescrizione avanzata dalla difesa, sostenendo che i termini sono rimasti sospesi durante la fase più acuta dell’emergenza sanitaria da Covid-19 e che quindi l’azione è stata promossa nei tempi previsti.

La difesa A difendere la donna è l’avvocato Massimo Marcucci, che ha invece ricostruito il contesto in cui maturò la decisione dell’amministrazione comunale, parlando di una situazione particolarmente delicata legata alla gestione del canile e al precedente contenzioso, conclusosi peraltro con esito favorevole per il Comune. In aula è stato ricordato che «la moglie del gestore era una dipendente dell’amministrazione comunale e lavorava proprio nell’ufficio legale dell’ente», circostanza che, secondo la difesa, rendeva problematico il ricorso alle professionalità interne. L’incarico affidato al professionista esterno, sempre secondo la tesi difensiva, rappresentava una naturale prosecuzione dell’attività già svolta negli anni precedenti. Cambiare consulente, è stato sostenuto, avrebbe potuto comportare ulteriori costi e rallentamenti, considerata la conoscenza già acquisita dal legale sulla vicenda.

Il presunto danno Tra i punti centrali del procedimento c’è anche la questione del danno erariale. La Procura ha richiamato l’orientamento giurisprudenziale secondo cui, se non viene dimostrata la necessità di ricorrere a un incarico esterno, non può ritenersi provata neppure l’utilità della prestazione resa e la relativa spesa finisce quindi per gravare ingiustificatamente sulle casse pubbliche. La sentenza arriverà nelle prossime settimane.

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