di Barbara Maccari
Dopo sette anni, e sedici rinvii, un 48enne marocchino è stato condannato in primo grado a due anni di reclusione per maltrattamenti verso la moglie. «Un tempo fuori da ogni ragionevolezza – spiega l’avvocato Paolo Panichi, difensore di parte civile della donna – Il fatto è del 2008, arrivare al 2015 per una sentenza di primo grado è come lavorare perché la prescrizione si avveri con pressoché certezza».
La storia Il 10 maggio del 2008 un 48enne di origine marocchina viene arrestato dai carabinieri con l’accusa di aver maltrattato con percosse e lesioni la propria moglie, e per aver tentato di ucciderla. Violenze che andavano avanti da anni e che sfociarono nell’episodio del 10 maggio. L’uomo viene portato nel carcere di Capanne e dopo un mese passa ai domiciliari, poi in libertà. La donna, assieme ai tre figli, è rimasta per oltre tre anni in una residenza protetta, prima a Perugia e poi a Firenze, a spese del Comune perugino, in attesa del processo. Il 20 novembre del 2008 arriva la richiesta di rinvio a giudizio del pm Giuliano Mignini nei confronti dell’uomo per violenza e tentato omicidio aggravato nei confronti della moglie. Poi inizia il calvario giudiziario, fatto di ben 16 rinvii prima della sentenza.
Pena Sentenza che è arrivata martedì 17 marzo, quando il collegio penale presieduto dal giudice Gaetano Mautone ha condannato il 48enne a due anni di reclusione per maltrattamenti verso la moglie. Il giudice non ha invece ravvisato la sussistenza del tentativo di omicidio nella manovra di strangolamento come descritta dalla moglie, pur ravvisato oltre che dal pm che chiese ed ottenne l’arresto del marocchino (Giuliano Mignini) anche dal gup (Claudia Matteini) al momento del rinvio a giudizio. Il 48enne è stato anche condannato al risarcimento di 30mila euro, condizionando l’usufruizione del beneficio della sospensione della pena al pagamento della somma.
Giustizia a rilento «Oltre sette anni per una sentenza di primo grado con un’imputazione che comprendeva anche un tentativo di omicidio sono un tempo fuori da ogni ragionevolezza – dice l’avvocato Paolo Panichi – qualsiasi industria che lavorasse un ‘prodotto’ con questi tempi fallirebbe subito. Comunque, oggi una sentenza pur modica, l’abbiamo, e possiamo dirci soddisfatti. Riuscirà tale sentenza a passare in giudicato? Si riuscirà ad avere un giudizio di appello ed il terzo grado della Cassazione prima che intervenga la prescrizione a cancellare il tutto con grande beffa della donna lesa? Il fatto è del 2008, arrivare al 2015 per una sentenza di primo grado è come lavorare perché la prescrizione si avveri con pressoché certezza e perché il condannato faccia appello con l’unico scopo di ottenere la prescrizione del reato. Ciò con un evidente intasamento della giustizia».
