di Ivano Porfiri
Duemila clienti hanno pagato per tre anni le bollette di gas e luce, del tutto ignari che i loro soldi non finivano all’Erario o ai fornitori, bensì in tasca di una associazione a delinquere che ha fatto sparire circa 20 milioni di euro. Il meccanismo è stato scoperto dalla sinergia tra guardia di finanza di Perugia e Agenzia delle dogane, coordinate dalla procura della Repubblica del capoluogo umbro, che contesta a vario titolo a undici persone, oltre al reato associativo, omessa dichiarazione, omessi versamenti imposte, occultamento della documentazione, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, truffa aggravata nei confronti dei fornitori e dello Stato, bancarotta fraudolenta documentale, distrazione e per operazioni dolose, riciclaggio e autoriciclaggio.
Nove ordinanze L’ordinanza del gip, a seguito dell’inchiesta ‘Great energy’, condotta dal procuratore Luigi De Ficchy e dal sostituto Massimo Casucci, contiene nove ordinanze cautelari, tra cui due in carcere, cinque ai domiciliari e due obblighi di dimora. Oltre a loro, ci sono altri due indagati. Agli undici, la polizia tributaria ha sequestrato beni mobili e immobili (conti correnti, appartamenti, auto, quote societarie) per circa 30 milioni.
Il ruolo dell’avvocato Nel corso della conferenza stampa, tenuta dal comandante provinciale della gdf Dario Solombrino, dal comandante del gruppo di Perugia Alessandro Freda e dal responsabile antifrode dell’Agenzia delle dogane Pietro Altieri, è stato spiegato il meccanismo, che vede tra i suoi ideatori – è stato sottolineato – un avvocato perugino, considerato «guida giuridica» del presunto gruppo criminale e accusato di autoriciclaggio per aver fatto rientrare in Italia parte dei soldi sottratti illecitamente attraverso due società (una del settore energetico, l’altra della nautica) a lui riconducibili e a cui la gdf ha sequestrato circa 2 milioni di euro.
Fuga a Dubai Il vero personaggio di spicco dell’associazione, però, è un imprenditore umbro che, al culmine della frode, si è trasferito negli Emirati arabi uniti. Lì, creando due società, ha fatto confluire i soldi accumulati attraverso dei contratti di compravendita immobiliare e di acquisto di future forniture energetiche, con la consulenza del legale perugino.
La frode Ma come funzionava il meccanismo illecito? I membri dell’organizzazione, approfittando della liberalizzazione del mercato energetico, nel 2014 hanno dato vita a una società che comprava da fornitori gas e luce e la rivendeva a clienti al dettaglio. Ben sapendo che non avrebbero pagato le tasse né i fornitori (che hanno denunciato la frode a loro carico), hanno da subito applicato tariffe basse tanto da accaparrarsi molti clienti tra cui diverse amministrazioni pubbliche umbre e non. Per aggirare la legge, inoltre, la società si è registrata a novembre 2014 per cui per tutto il 2015 ha pagato acconti su un fatturato di soli due mesi. Al momento del conguaglio, a marzo 2015, magicamente la società sparisce.
Passaggio di clienti L’Agenzia delle dogane si mette, allora, sulle tracce dei clienti e nota che passano a una seconda società (per chi acquista energia e gas solo una lettera che avvisa il cambio del nome) che, l’anno dopo, agisce allo stesso modo. E poi una terza. Quando tutto il meccanismo è sotto controllo degli inquirenti, l’imprenditore si trasferisce a Dubai con i soldi e cede il pacchetto clienti ad altre società (non oggetto di indagine perché estranee alla frode). Ora starà alle autorità finanziarie mettere le mani sul denaro tornato in Italia e su quello finito in Medio Oriente.
Due in carcere, cinque ai domiciliari In carcere – su ordine del giudice per le indagini preliminari Piercarlo Frabotta – sono finiti il 42enne albanese D. O., considerato il prestanome delle società, e il 44enne folignate G. F. Sono stati invece disposti gli arresti domiciliari per il 53enne M. A., residente a Foligno, G. P., la moglie russa di G. F. che si sarebbe occupata di amministrazione e dello svolgimento di alcune operazioni bancarie, il 56enne folignate M. D., titolare tra le altre cose di una società con sede negli Emirati Arabi, l’avvocato D. A. (51 anni, originario di Monterotondo) e il 37enne folignate L. M.
