di Daniele Bovi
Quasi mezzo milione di euro di fondi vincolati “distratti” per altre finalità. La Procura della Corte dei conti dell’Umbria ha chiesto la condanna a un risarcimento di 466mila euro a carico del presidente e dell’amministratore delegato di una cooperativa, oltre che della società stessa. La coop, in particolare, è un Confidi che si occupa, come tante altre realtà simili, di offrire garanzie sussidiarie alle imprese per aiutarle a ottenere credito dalle banche. Il caso è stato discusso mercoledì di fronte alla Sezione giurisdizionale della Corte dei conti, presieduta da Giuseppe De Rosa.
Il caso Al centro della vicenda ci sono 41 prelievi effettuati tra il 2016 e il 2017 da un conto corrente destinato al cosiddetto “fondo speciale chiusura del Confidi d’impresa”, risorse pubbliche che avrebbero dovuto essere utilizzate esclusivamente per coprire rischi e debiti delle imprese assistite; 41 operazioni che, come ricordato da Amante, sono state ammesse dallo stesso amministratore delegato. Secondo la Procura, quei soldi sarebbero invece stati usati per finalità estranee al fondo, provocando un danno da 466.100 euro nei confronti del ministero dell’Economia. La Procura, rappresentata dal sostituto procuratore generale Enrico Amante, ha sostenuto che il presidente e l’amministratore delegato (non costituitosi in giudizio) abbiano agito con dolo oppure, in subordine, con colpa grave.
L’ispezione Tutto nasce da una segnalazione del Dipartimento del Tesoro dopo un’ispezione svolta tra il 2019 e il 2020. Durante i controlli sarebbero emerse irregolarità nella gestione dei conti assegnati al fondo, con prelievi considerati privi di giustificazione. Lo stesso amministratore delegato, secondo quanto riferito in aula, avrebbe ammesso di aver effettuato le operazioni, sostenendo però di essere convinto che si trattasse di fondi liberi e non vincolati. Al termine dell’ispezione, i vertici della cooperativa avevano sottoscritto un verbale con cui si impegnavano a restituire le somme attraverso un piano di rientro in 22 rate. L’accordo prevedeva la decadenza automatica dal beneficio della rateizzazione in caso di mancato pagamento anche di una sola rata. La società, però, non avrebbe rispettato l’impegno assunto e nel giugno 2022 il Ministero ha inviato una diffida per ottenere la restituzione dell’intera somma.
L’udienza Per la Procura, uno degli elementi centrali del caso riguarda l’omessa rendicontazione annuale delle somme gestite, adempimento che queste realtà sono tenute a rispettare. Secondo l’accusa, la mancata trasmissione dei documenti a partire dal 2016 avrebbe impedito al Ministero di accorgersi subito dei prelievi e avrebbe quindi nascosto il danno. Per questo motivo, sempre secondo la Procura, i termini di prescrizione non decorrono dal momento in cui furono eseguite le operazioni, ma dal momento in cui il danno è stato scoperto con l’ispezione. La difesa del presidente e della società, affidata all’avvocato Luigi Luccarini, ha contestato questa ricostruzione: secondo il legale, il Ministero avrebbe dovuto attivare subito i controlli già nel 2017, quando non erano arrivate le rendicontazioni previste. Non ci sarebbe stato quindi alcun occultamento, ma solo un ritardo nei controlli da parte dell’amministrazione.
La difesa Luccarini ha inoltre sostenuto che il presidente non avesse alcun ruolo operativo nella gestione del conto e che i prelievi siano stati effettuati esclusivamente dall’amministratore delegato attraverso l’home banking. Il presidente, sempre secondo il suo legale, non conosceva i codici di accesso e non aveva poteri diretti sul denaro. La sua firma sul piano di rientro sarebbe stata apposta soltanto in un secondo momento, quando il Ministero non riteneva più sufficiente quella dell’amministratore delegato. Nel corso dell’udienza è stato discusso anche il valore del verbale firmato nel 2020. Per la Procura, quel documento vale come riconoscimento del debito e interrompe i termini di prescrizione. Per la difesa, invece, né il presidente né l’amministratore delegato avevano, in base allo statuto della cooperativa, il potere di impegnare formalmente la società con quel tipo di atto.
Le richieste Un altro punto contestato riguarda il ruolo della stessa cooperativa, che per la Procura avrebbe dovuto adottare misure organizzative adeguate a evitare l’uso improprio delle risorse pubbliche. La società viene infatti considerata un soggetto incaricato di gestire fondi vincolati e quindi tenuto a rendere conto della loro destinazione. Luccarini per i suoi assistiti ha chiesto l’assoluzione o, in via subordinata, che l’eventuale condanna venga limitata al 30 per cento del danno complessivo. La sentenza arriverà nelle prossime settimane.
