di Francesca Marruco

Quattro anni e mezzo di reclusione. E’ questa la richiesta di condanna che il pubblico ministero Gemma Miliani ha presentato per un perugino 43enne detenuto per maltrattamenti in famiglia, lesioni personali aggravate e atti persecutori che il 20 luglio prossimo conoscerà la sentenza di primo grado che verrà emessa dal giudice Giuseppe Narducci.

Ricostruzione Secondo la ricostruzione della parte civile, lei è i figli sarebbero stati sottoposti a maltrattamenti protratto nel tempo venuti a galla solo dopo il 7 dicembre dello scorso anno quando l’imputato, accecato di gelosia dopo aver letto dei messaggi, picchiò la moglie e anche io figlio che prese le parti della madre, e, lui sostiene per sbaglio, anche la figlia più piccola. La donna quella notte prese e figli e scappò. Da allora è stata ospitata nel centro anti violenza e aiutata dalle istituzioni. Dopo questo episodio la donna ha denunciato il marito e poi ha iniziato a raccontare di molti altri episodi di maltrattamenti. Mai raccontato, come succede la maggior parte delle volte in questi casi, per timore.

Parte civile L’avvocato di parte civile Elena Bistocchi, associandosi alle richieste del pm, ha sottolineato che la sua assistita «nonostante i ripetuti maltrattamenti andava in ospedale solo quando aveva fratture per quanto era abituata a subirne». «L’uomo – ha detto ancora il legale – è arrivato addirittura a scrivere cose cattive sul profilo Facebook del figlio riferite alla madre». L’avvocato Bistocchi ha anche stigmatizzato la «totale assenza pentimento, dimostrata il 13 marzo 2015 quando, appena scarcerato, acquistò un cellulare e chiamò subito la moglie intimandole di non chiamare polizia. Lei – ha spiegato il legale – quella notte fu costretta a scappare di casa e dormire fuori, rientrando solo quando aveva la certezza che il marito era di nuovo in carcere». L’avvocato ha inoltre ricordato che la figlia «non vuole chiamarlo papà» e che «quando il padre rientrava, i bambini si richiudevano in camera». L’avvocato ha chiesto 60 mila euro di provvisionale motivando la richiesta dicendo che «la donna e i due figli vivono uno stato di indigenza aiutati dalla Caritas».

Difesa L’avvocato Francesco Falcinelli, che difende l’imputato, ha invece parlato della «difficoltà argomentativa a misurarsi con l’insieme probatorio da parte dell’accusa» e della «parcellizzazione della prova» operata dall’accusa che avrebbe «esaltato solo alcuni momenti dichiarativi di singole parti offese». Per il legale insomma non sussiste l’accusa di maltrattamenti perché si parla di episodi specifici. «Quando succede qualcosa di brutto la donna lo denuncia immediatamente, ma se il comportamento dell’imputato si fosse verificato anche altre volte in precedenza, perché non lo aveva denunciato? Perché prima non era successo niente».

Accuse In particolare, l’uomo «reiteratamente inveendo contro di lei durante banali discussioni con minacce e insulti e lanciandole contro suppellettili dell’abitazione, manifestando ossessiva gelosia, anche controllandola i suoi spostamenti, nonché reiteratamente aggredendola fisicamente con schiaffi, pugni a spinte, realizzando tali condotte in presenza di figli minori e anche aggredendo questi ultimi quando intervenivano in difesa della madre, vessandoli e umiliandoli continuamente maltrattava Omissis, e i figli».

Lesioni e stalking In un’altra occasione, l’uomo avrebbe «aggredito fisicamente omissis anche con un pugno al capo, quindi, afferrando per il collo il figlio minore e sbattendolo contro l’armadio, nonché spingendo con violenza la porta di una camera contro la figlia minore». L’uomo, che nelle precedenti udienze era anche stato espulso dall’aula dal giudice perche aveva tenuto un comportamento non idoneo dando in escandescenze, è anche accusato di atti persecutori nei confronti di un’altra donna, parte civile nel processo con l’avvocato Laura Modena, che ha chiesto un risarcimento di 80mila euro. In particolare, secondo l’accusa, «con condotte reiterate molestava e minacciava omissis, ed in particolare effettuava reiterate e ossessive chiamate, insultandola e minacciandola di gravi mali ingiusti e di morte, nonché reiterava le minacce anche nei confronti del figlio». Tutto questo perché era un’amica della moglie e sapeva molte cose della loro storia. Si torna in aula il 20 luglio per la sentenza.

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