Il tribunale penale di Perugia

di Fra. Mar.

Due anni e mezzo di reclusione, è questa la pena richiesta dal pm Giuseppe Petrazzini per la profesoressa Luigina Romani, a processo per falso ideologico e abuso d’ufficio perché accusata di aver truccato un concorso di microbiologia all’università nel 2008.

Intercettazioni «Questo tribunale non ha ammesso le intercettazioni – ha detto il pm in requisitoria – ma gli investigatori hanno sequestrato un block notes alla vincitrice del concorso in cui erano riportate annotazioni molto vicine ai titoli delle prove. Insomma, la vincitrice ha avuto modo di approfondire quelle tracce prima dell’esame mentre la candidata ha dovuto studiare l’intera Microbiologia».

Gli appunti La vincitrice di quel concorso, la dottoressa Teresa Zelante, spiegò in aula che quegli appunti li aveva scritti di ritorno dal concorso, e certamente non prima. Dal canto suo, la professoressa Luigina Romani, seduta al fianco del suo difensore Francesco Falcinelli, ha sempre negato di aver ostacolato quella sua collaboratrice favorendone un’altra. All’iniziio di questo processo i giudici hanno escluso le intercettazioni, in cui, secondo il pm, non c’erano spazi a dubbi. E lo disse alla Romani quando la interrogò in aula, le disse «lei acconsenta all’ammissione delle intercettazioni e vedrà che sarà tutto chiaro».

La difesa Lunedì mattina, il suo avvocato Francesco Falcinelli però, chiedendo l’assoluzione della Romani, ha attaccato la procura parlando di capi d’imputazione «vaghi». Per il legale infatti, il pm accusa la Romani di aver trasmesso prima del concorso le tracce alla sua candidata preferita, ma, evidenzia il legale «non dicono in che modo lo avrebbe fatto, e i temi svolti nel computer della dottoressa Zelante sono stati datati in modo sbagliato dal perito del pm». Inoltre, dell’accusa secondo cui i temi erano simili all’argomento della tesi dela presunta preefrita, l’avvocato sostiene che «è come se accomunassimo il delitto tentato e quello continuativo solo perché entrambi contengono la parola diritto», senza contare poi che «l’accusa di aver parlato male della parte civile con gli altri membri della commissione non è vaga e del tutto priva di fondamento».

Il risarcimento L’avvocato Paolo Momaroni che difende la dottoressa Silvia Bellocchio ha chiesto un risarcimento di 150 mila euro, e ha evidenziato che «non solo la Bellocchio ha avuto dei danni da questa cosa, ma è stata anche rovinata la sua carriera universitaria». Si torna in aula il 29 settembre per le repliche e la sentenza.

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