di Daniele Bovi
L’arresto di Orfeo Goracci e di altri otto tra amministratori, ex amministratori e tecnici comunali, politicamente ha il sapore del sol dell’avvenire che ingloriosamente tramonta sulla Stalingrado dell’Umbria. Ovviamente Goracci e gli altri sono innocenti fino alla Cassazione ma qui non è tanto la storia giudiziaria dei singoli ad interessare quanto quella politica. Una storia amministrativa che altrettanto ovviamente non si può sovrapporre (chi lo fa, lo fa in malafede accecato dal furore ideologico che gli copre gli occhi) alle pagine dell’ordinanza vergate dal gip Carla Giangamboni ma che su quella storia getta schizzi di fango pesanti.
Nel 2001 Gubbio assurge a piccolo caso nazionale dopo che il rifondatore Goracci demolisce in un ballottaggio tutto giocato a sinistra il diessino Ubaldo Corazzi. Da lì inizia il mito del sindaco con l’ufficio aperto a centinaia di cittadini il primo sabato di ogni mese, una storia inevitabilmente impastata con il cemento delle due famiglie, Barbetti e Colaiacovo, che a Gubbio hanno forti interessi e che danno lavoro a centinaia di loro concittadini. Lui, quello che alcuni amici e compagni chiamano affettuosamente «Furfi», ha la sua strategia chiara in testa e la descrive quando viene chiamato a illustrare il «miracolo»: trattare con i poteri forti o supposti tali si può, basta che l’obiettivo sia sempre e solamente quello di fare gli interessi della sua comunità.
Una comunità con la quale Goracci si fonde diventandone il portavoce anche in questioni che solo a chi non conosce Goracci potrebbero sembrare aliene dallo stereotipo del comunista con quattro quarti di nobiltà. E’ sempre Goracci infatti il sindaco rifondatore che stringe rapporti con le famiglie ceraiole che tramandano l’ultrasecolare storia dei Ceri. E’ «Furfi» che prende carta e penna e scrive al Vaticano sollecitando Otretevere che venga risparmiata dalla cancellazione la diocesi della città che dal 416 dopo Cristo è presente sotto il monte Ingino.
E lui, orgoglioso, altezzoso, il Goracci che ogni tanto usa il vezzo di parlare di se stesso in terza persona nelle torrenziali riunioni di partito, «il presuntuoso» sibilano gli avversari, lui, il sindaco comunista, in tutte le occasioni rivendica quelli che vede come fiori all’occhiello della sua amministrazione: le politiche ecologiste e quelle attente ai diritti di tutti, i consigli di quartiere, il nuovo ospedale di Branca, il nuovo piano regolatore, la nuova biblioteca, la riqualificazione e la messa in sicurezza delle scuole del comune e così via. Un comune enorme, 525 chilometri quadrati, tra i più grandi d’Italia. Nel 2006 si ripete il trionfo. Se la «chiesa» comunista avesse potuto in quegli anni procedere ad una canonizzazione, Orfeo Goracci sarebbe stato il suo Sant’Ubaldo portato in trionfo da migliaia di elettori in ogni maggio elettorale.
Nel 2010 il giocattolo inizia a rompersi. Sui muri e sulle plance pubblicitarie dell’Umbria fa capolino una scritta: «Roba da matti» recita l’azzeccato slogan di partito, il Prc, che di fronte a un Pd per mesi nelle sabbie mobili che l’hanno reso incapace di scegliere un candidato alla presidenza della Regione, lancia nella mischia Goracci chiedendo le primarie di coalizione. Finì con delle primarie tutte interne al Pd, scelte da una classe dirigente immobilizzata in guerre fratricide e organizzate nel giro di una settimana per manifesta incapacità di fare una scelta. Goracci, nel marzo 2010, viene eletto in consiglio regionale raccogliendo migliaia di preferenze a Gubbio dove, un anno dopo, succede l’impensabile. Nel corso di primarie avvelenate dai sospetti Maria Cristina Ercoli, l’alter ego di Goracci, viene battuta da un «ragazzino» come Diego Guerrini, Pd.
Vinte le elezioni, inizia quella che sembra una precisa serie di eventi che arriva fino agli arresti di martedì. Il Prc di Gubbio consuma la sua guerra con i vertici perugini, Maria Cristina Ercoli viene silurata dal «ragazzino» Guerrini, il partito si spacca dopo aver perso la decennale guida della città e poi arrivano le inchieste e gli arresti. «Io sono un innocente – sibilava con la sua fredda formalità Goracci il 22 novembre scorso in consiglio regionale a Dottorini che chiedeva spiegazioni -. Mi considero una vittima di questa vicenda». Ora avrà modo di provarlo. Intanto il sol dell’avvenire sembra essere tramontato su Gubbio.

