di Massimo Colonna

Quella sera Aassoul Amine non doveva essere libero. Ma in carcere o fuori dai confini nazionali perché espulso. Ne è convinto Massimo Proietti, l’avvocato della famiglia Raggi che, carte alla mano, fa il punto sulla situazione penale dell’assassino, al momento rinchiuso nel carcere di Spoleto per aver ucciso David Raggi la sera del 12 marzo scorso. Amine aveva una pena definitiva che non gli era stata notificata e soprattutto, non era regolare nel territorio italiano dopo che il tribunale di Caltanissetta aveva respinto l’istanza di sospensione relativa al rigetto della richiesta di asilo politico.

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Cumulo di pene L’avvocato Proietti in questi giorni ha richiesto le carte al tribunale di Caltanissetta e alla procura di Fermo, scoprendo che a carico del marocchino c’è un cumulo di pene di 6 anni e 8 mesi. «Il 16 gennaio del 2014 (quindi prima che Aziz arrivasse in Italia, visto che è sbarcato a Lampedusa a maggio, ndr) il pubblico ministero di Fermo – spiega Proietti – nei confronti del marocchino ha firmato un provvedimento per un cumulo di pene di 2 anni e 4 mesi. In più il ragazzo doveva scontare 6 anni e 8 mesi, dopo le varie sospensioni delle pena, ma il provvedimento, firmato dalla procura di Fermo, non gli è mai stato notificato. Solo dopo la mia richiesta di questi giorni è stato fatto». Per cui ora Aziz è stato raggiunto dal nuovo provvedimento direttamente nel carcere di Spoleto. Fattore questo che di fatto blocca le possibilità di una revisione della misura cautelare a suo carico. «Per la famiglia si tratta di un passaggio importante – prosegue Proietti – perché scongiura il rischio di un cambio di misura, ad esempio i domiciliari, che il tribunale del riesame avrebbe potuto approvare nell’ambito di questo procedimento (anche se al momento l’avvocato del marocchino, Giorgio Panebianco, non avrebbe presentato alcuna istanza, ndr).

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Il ricorso per l’asilo politico Altro punto decisivo, e che ha creato moltissime polemiche a ridosso dell’omicidio,  è quello relativo alla richiesta di asilo politico presentata da Aziz nel maggio 2014, quando sbarca a Lampedusa. Secondo l’avvocato Proietti quel meccanismo non sta in piedi perché «la semplice presentazione di un ricorso non doveva automaticamente sospendere il provvedimento di espulsione, perché esistono dei casi in cui questo meccanismo non può scattare. E questo è uno di quelli, come mostrano le carte».

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Ricorso contestato «Con la semplice presentazione del ricorso – spiega l’avvocato Proietti – non poteva partire automaticamente la sospensione del provvedimento di espulsione, maturata in seguito al rifiuto di ‘protezione internazionale’. Il tutto perché questo caso rientra nelle ipotesi del comma 4 dell’articolo 19 del decreto legislativo 150/11, che spiega quali sono i casi in cui ‘è possibile la trattazione da parte dei giudici onorari’. Trattazione che però deve ancora terminare in tribunale». Tecnicamente la questione del ricorso potrebbe anche riguardare il fatto che Aassoul Amine era in Italia per ricongiungersi alla mamma. Un elemento questo che potrebbe aprire ad una diversa interpretazione amministrativa.

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L’enigma del nome Aassoul Amine sbarca a Lampedusa nel maggio del 2014, dopo essere stato espulso dall’Italia. Qui prima si sarebbe presentato sotto falso nome, poi avrebbe presentato la richiesta di asilo politico. Tecnicamente si parla di ‘protezione internazionale’. Nei documenti però c’è il nome di Aassoul Amine. La richiesta viene respinta dalla commissione territoriale di Siracusa e il 21 novembre 2014 Aassoul, tramite un legale, presenta ricorso. Il 27 il tribunale di Caltanissetta respinge la sospensiva del provvedimento di rigetto presentata da Amine, rendendolo quindi irregolare, e rinviando al 13 gennaio 2015 l’udienza della trattazione del caso. Udienza che però viene rinviata al 3 febbraio. In quella data l’avvocato chiede una proroga dei termini per depositare altro materiale. E a quel punto l’udienza è fissata al prossimo 21 aprile. Questo l’iter relativo al ricorso.

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Disfunzioni gravi Al di là della vicenda del ricorso su Aziz, secondo l’avvocato Proietti pesa il fatto che «doveva essere in carcere per delle vecchie pene e non lo era. E’ evidente che esistono delle disfunzioni gravi nel sistema, che si cono delle maglie larghe e dei buchi neri, come ha sostenuto anche il giudice Maurizio Santoloci nell’ordinanza di custodia cautelare, e che manca un coordinamento efficace del sistema».

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Famiglia sconcertata «La famiglia di David l’ho sentita proprio in queste ore – prosegue il legale – e si dicono sconcertati per questa situazione, per nella loro incredibile compostezza che in questi giorni tutti abbiamo imparato a conoscere».

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