La sede della Corte dei conti (©Fabrizio Troccoli)

di Daniele Bovi

Ammonta in tutto a oltre 184mila euro, per la precisione 184.571,09 euro, la richiesta di condanna formulata dalla Procura della Corte dei conti dell’Umbria nel caso che riguarda Radio Tele Europa, molto nota anche in Umbria come Rte, emittente fallita e in liquidazione da oltre un decennio. La vicenda, legata alla percezione di un contributo pubblico a favore dell’emittenza privata, è stata trattata mercoledì davanti alla Sezione giurisdizionale della Corte dei conti dell’Umbria, presieduta da Giuseppe De Rosa. La richiesta di risarcimento è stata avanzata nei confronti dell’ex rappresentante legale della tv (che ricopre anche il ruolo di liquidatore) e del curatore fallimentare.

La vicenda Al centro del procedimento c’è un contributo statale relativo al 2009, destinato alle emittenti televisive locali. Secondo la Procura, rappresentata in aula dal sostituto procuratore Enrico Amante, la società avrebbe ottenuto indebitamente il finanziamento grazie a dichiarazioni non corrispondenti alla realtà inserite nella domanda presentata nel luglio di quell’anno al Corecom umbro. La società si era classificata al terzo posto nella graduatoria regionale e nel febbraio 2013 il ministero dello Sviluppo economico aveva disposto il pagamento dei 164mila euro. Le somme, però, non erano state incassate direttamente dall’emittente, ma erano finite a Equitalia a causa di un pignoramento presso terzi legato a debiti pregressi della società.

Presunte irregolarità Le indagini della Guardia di finanza, trasmesse alla Procura nel luglio 2018, hanno però fatto emergere due irregolarità ritenute decisive. Da una parte, la società non sarebbe stata in regola con il pagamento dei contributi previdenziali, requisito necessario per accedere al finanziamento; dall’altra, nella domanda sarebbero stati indicati come lavoratori a tempo pieno due dipendenti che in realtà risultavano part-time, circostanza che avrebbe consentito all’emittente di ottenere un punteggio più alto in graduatoria. Per la Procura regionale, il danno economico per il Ministero è pienamente configurabile anche se il contributo è stato versato a Equitalia. Secondo l’accusa, infatti, quelle somme sono servite comunque a ridurre debiti già esistenti della società, producendo quindi un vantaggio economico indebito.

La difesa L’avvocato Riccardo Leonardi, legale di Bianconi, si è concentrato in particolare sulla firma apposta sulla domanda di contributo. Secondo quanto sostenuto in aula, l’ex rappresentante legale non avrebbe mai firmato quel documento e sarebbe stata vittima dell’operato del personale amministrativo, già presente in azienda quando la sua famiglia aveva rilevato la società; tesi a sostegno della quale è stata richiamata una consulenza grafologica di parte, secondo cui la firma non sarebbe autentica. La difesa ha inoltre sostenuto che, anche nell’ipotesi di un mancato controllo da parte della legale rappresentante, si potrebbe parlare al massimo di negligenza, ma non di volontà dolosa di ottenere il contributo. La Procura, al contrario, ritiene che chi rappresenta una società debba comunque rispondere dell’operato dei collaboratori e verificare la correttezza degli atti presentati a nome dell’azienda.

L’udienza Nel corso dell’udienza è stato richiamato anche il procedimento penale parallelo per indebita percezione di fondi pubblici. In primo grado era stato dichiarato il non luogo a procedere per prescrizione del reato. In appello era stato respinto il ricorso presentato dalla difesa, mentre risulta ancora pendente il passaggio in Cassazione. Un ulteriore punto sollevato dalla difesa riguarda il comportamento del Ministero dopo la scoperta delle irregolarità. Secondo il legale, l’amministrazione avrebbe dovuto chiedere la restituzione delle somme direttamente a Equitalia, che aveva materialmente incassato il denaro, invece di limitarsi a insinuarsi nel fallimento della società come creditore. La sentenza arriverà nelle prossime settimane.

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