di Francesca Marruco
«L’alternativa quale cazzo era? Che aspettavamo che te davano una botta de piccone in testa, eri morto, quella era l’alternativa?» «C’è una parola Riccà, sopravvivenza». «Si, si Valè, ma sul serio eh, io tanto quello che dovevo fa, grazie a Dio, lo ho fatto, poi andrà come andrà». La spallata finale alla strategia difensiva di Riccardo e Valerio Menenti, il procuratore aggiunto Antonella Duchini lo assesta leggendo una sfilza di intercettazioni che lasciano poco spazio al dubbio, e ad una qualsivoglia morale.

Sconvolto? «Era più semplice che lo aspettavo con la macchina , gli davo una machinata, lo mettevo sotto e vaffanculo», dice ancora Menenti padre in una delle tante conversazioni intercettate mentre era in cella col figlio. Valerio, nel suo interrogatorio del dicembre scorso, disse che era rimasto «sconvolto» quando seppe che il sangue del padre era stato repertato sulla scena del delitto. Ma per il procuratore Duchini, le esternazioni di Valerio intercettate nelle ambientali in carcere, «dimostrando non già sconvolgimento ma condivisione e apprezzamento» per l’operato del padre, che nelle sue affermazioni «dimostra – dice il magistrato – che la sua volontà non era di chiarire, come lui stesso ha detto in aula».

Storia semplice E’ sempre Riccardo a spiegare più e più volte quanto successo: «Alla fine è una storia semplice – dice -, è una storia semplice perché questi un altro po’ ammazzavano il mi figlio e io so’ entrato e ho fatto quello che ho fatto, punto, non è che ce vuole … non è che ce sta chissà quale discorso da fa». «Io non mi sono pentito di un cazzo, io se me succederà lo rifaccio un’altra volta».

Premeditato Per il pm l’intento omicidiario, condiviso da padre e figlio, inizia a maturare in Riccardo Menenti quando vede il figlio in ospedale dopo la terza e ultima aggressione da parte di Alessandro Polizzi. Ma già in precedenza Valerio aveva detto a tre persone che se Alessandro gli avesse fatto di nuovo del male, ci avrebbe pensato il padre, e «lo avrebbe fatto ammazzare senza sporcarsi le mani». In particolare, quest’ultima frase la disse a Julia che dopo la seconda aggressione andò in ospedale a chiedergli di non denunciare Polizzi.

Testimone oculare La stessa Julia, che, scampata alla morte solo perché la Beretta non ha esploso il secondo colpo che pure è stato sparato, è definita dai Menenti «anima nera». Julia che, dice Valerio intercettato, «l’altro non c’è più e lei po’ di quello che gli pare, capito?». Julia che invece, sottolinea il pm Duchini, «è una ragazzina che a 19 anni ha rischiato di morire. Ma che per fortuna si è salvata e non capita tutti i giorni di avere un testimone oculare che racconta i fatti». E quei fatti Julia li urla al telefono al 118, e da lì non cambierà mai versione, «semplicemente perché la sua non è una versione, ma la verità di quello che è accaduto», affonda il pm, che comunque elenca i tantissimi elementi oggettivi che emergono dallo stato dei luoghi, e che comunque coincidono col racconto di Julia.

La porta La giovane disse subito di aver chiuso a chiave la porta dell’appartamento. «Le assi di sicurezza della chiave- dice Duchini- sono integre, quindi quella porta è stata aperta con le chiavi. E la circostanza viene commentata tra gli stessi Valerio e Riccardo, intercettati in carcere. Valerio dice, “gliel’hai data una bella spallata prima, non si apriva”? e Riccardo risponde: “ci aveva tutto chiuso, tutto”. E cosa vuol dire questo? Che se le assi di sicurezza della chiave non erano forzate, per forza di cose la porta è stata almeno in parte aperta con le chiavi. E le chiavi, a Riccardo Menenti, può averle date solo il figlio Valerio, che aveva vissuto con Julia in quella casa». E non sfugge che l’aver consegnato le chiavi al padre può essere davvero quello che lo tiene dentro o fuori dall’accusa di concorso in omicidio.

La versione di Menenti Menenti invece ha sempre detto che quella porta l’ha buttata giù. Ma anche di questo fatto parla col figlio in carcere: «qui c’è scritto che ho sfondato la porta con un poderoso calcio. Io dico ma chi cazzo le scrive ste stronzate. Ma che so Hulk. Un poderoso cal … te dai un calcio il ginocchio lo butti , che deficiente, è come da un calcio al muro…».
Con lo stesso rigore la Duchini smonta la versione offerta da Riccardo che lo vedrebbe entrare in casa con solo il piede di porco in mano e doversi difendere da Alessandro che tira fuori una pistola.

La pistola «Se Polizzi davvero avesse avuto una pistola carica vicino al letto – dice Duchini – staremmo celebrando il processo per l’omicidio di Menenti». Ma, senza voler contare che Julia ha smentito che Alessandro avesse una pistola, quell’arma al suo interno non aveva tracce di nessuno. E chi ha interesse a caricare una pistola senza lasciare le proprie tracce all’interno se non chi quella pistola deve usarla per qualcosa di illecito?

La dinamica Inoltre, la dinamica che Riccardo si ostina a raccontare che vorrebbe Alessandro spararsi accidentalmente durante un corpo a corpo, non ha riscontro scientifico con il tramite del colpo stesso. La Duchini prende una pistola giocattolo e mira la torsione innaturale, anzi impossibile che Alessandro avrebbe dovuto effettuare per spararsi in un quel punto con quell’inclinazione. E allo stesso modo, usa la pistola per mimare come Riccardo sia stato colpito col cane della pistola alla fronte. «Ce l’aveva lui sulla mano destra e Alessandro ha cercato di fermarlo dopo che gli aveva sparato, in questo modo lo ha ferito vistosamente in fronte».

Colpi pre morte Il consulente della difesa Arcudi viene letteralmente fatto a pezzi dall’accusa: «ha ricostruito in tred una scena del delitto che non assolutamente vera» e «arriva a ipotizzare che i colpi in testa dati dall’assassino ad Alessandro, siano stati inferti prima del colpo esploso dalla pistola. Ma è un clamoroso errore, perché le 15 ferite sferrate con molta violenza sul capo di Alessandro sono praticamente esangui, e quindi procurate in un momento molto vicino alla morte, altrimenti il sangue sarebbe uscito copioso».

Un debito Non che non ce ne fosse. La scena del delitto è una scena dell’orrore. Il sangue di Alessandro ha fatto un vero e proprio lago a terra. Julia ha addosso tutto il sangue del suo amore che lei crede ancora vivo – al 118 diceva «portate via lui ha più bisogno di me» – quando il vicino di casa sale, scende e risale, mettendo in fuga l’assassino che di certo non si era fatto intenerire da Julia che lo implorava di non ammazzarla. La prima giornata di requisitoria si conclude dopo quasi sette ore e la Corte rinvia a giovedì. Quando i pm Antonella Duchini e Gemma Miliani faranno le loro richieste di condanna per coloro che ritengono responsabili dell’omicidio di un giovane ragazzo e di quello tentato di una ragazzina, «verso cui – ha spiegato Duchini in apertura – abbiamo un debito».

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