di Francesca Marruco

Ergastolo. Per Valerio e per Riccardo Menenti, perché, per la procura di Perugia che li ha processati per l’omicidio di Alessandro Polizzi e per il tentato omicidio di Julia Tosti., sono ugualmente responsabili di quanto accaduto. Lo ripetono tantissime volte il procuratore aggiunto Antonella Duchini e il sostituto procuratore Gemma Miliani: «i Menenti parlano sempre al plurale quando vengono intercetatti in carcere, condividono il piano assassino». In una intercettazione in carcere, Valerio dice: «C’è una parola Riccà, sopravvivenza». «Questa – affonda il magistrato in aula – non è sopravvivenza, questa è vendetta, questo è il piano di un duplice omicidio premeditato». E’ per questo che oltre all’ergastolo, i magistrati hanno chiesto anche l’isolamento diurno per 18 mesi. Contestualmente alla richiesta della condanna alla pena più dura, i magistrati hanno chiesto anche alla Corte di trasmettere gli atti alla procura per falsa testimonianza, nei confronti dell’allora fidanzata di Valerio Menenti, che secondo l’accusa gli ha fornito un falso alibi.

Falsa testimonianza per la fidanzata L’ultimo asso contro Valerio Menenti, la procura lo cala quasi in chiusura di requisitoria sbugiardando la testimonianza fatta dall’allora fidanzata di Valerio Menenti, che disse in aula di aver trascorso il pomeriggio del 23 marzo in ospedale insieme a lui. Dove fosse Valerio quel pomeriggio è particolarmente importante perché è proprio in quelle ore che la commessa di un Compro Oro, che si presentò spontaneamente in questura qualche giorno dopo l’omicidio, dice di averlo visto nel suo negozio e di avergli sentito pronunciare intenti omicidiari al telefono con una donna a cui spiegava di «stare tranquilla» perché tanto lui «sarebbe stato in ospedale». «Ed effettivamente, avete visto che l’omicidio c’è stato mentre Valerio era in ospedale, e addirittura, nello stesso orario in cuiAlessandro veniva ucciso, lui riceve un sms dalla fidanzata che fa si che il telefono risulti agganciato alla cella del Silvestrini».

Smontata la questione cartella clinica Valerio ha sempre negato questa circostanza, e la fidanzata disse in aula che lei era stata in ospedale con lui. Ora però la procura, tabulati alla mano, sbugiarda la ragazza chiarendo che quel pomeriggio, non solo il suo cellulare agganciò prima la cella del centro di Perugia e poi quella di Deruta, ma venne anche vista da un amico, che poi ha testimoniato in aula. Pochi attimi prima il magistrato aveva anche smontato l’altro elemento che poteva reggere l’alibi di Valerio: quello della controversa cartella clinica in cui c’erano annotazioni contraddittorie riguardanti l’orario delle somministrazioni di flebo, che potevano essere interpretate sia in chiave accusatoria che difensiva. Ebbene, i magistrati hanno accertato che l’atto pubblico da tenere in considerazione non è quello ma il diario infermieristico – che viene custodito solo ed esclusivamente dagli infermieri – su cui stava scritto: «Sospesa la somministrazione dei fluidi, il paziente si alimenta da solo». Per tutto quel pomeriggio. Senza contare, affonda la Duchini, «che quello è l’unico pomeriggio in cui il cellulare di Valerio resta spento per ore».

Gli altri elementi Ma la testimonianza della commessa del Compro-oro( che per i Menenti è stata «comprata» dalla polizia: «Questa puttana. L’hanno presa per strada, in via Settevalli, le hanno detto cosa doveva dire e l’hanno pagata. Le avranno detto invece di arrestatte devi dì sta cosa» dicono) arriva al termine della requisitoria fiume, perché l’accusa sostiene di aver provato il concorso morale e materiale di Valerio anche senza quell’elemento, che comunque esiste. E dunque, il procuratore aggiunto Duchini, mette in fila i motivi per cui Valerio è responsabile quanto il padre: «ha fornito consapevolmente al padre un falso alibi», «ha detto al padre che macchina aveva Alessandro» (lo fa davanti a un terza persona che poi lo ha detto in aula).«Gli ha dato le chiavi per entrare». E sopra ogni altra cosa, gli ha «dato il movente».

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Le aggressioni E il movente va cercato in quelle tre aggressioni subite da Valerio Menenti che in aula sono state ricostruite puntualmente dal pm Gemma Miliani, insieme agli episodi di maltrattamenti nei confronti di Julia, che cacciò di casa Valerio alla fine del 2014. «Valerio era un uomo disperato che non accettava la fine della relazione – attacca il pm – e questo ce lo dice un amico fraterno di Valerio. Lo stesso che conferma quanto raccontato da Julia: sentì Valerio dire alla ragazza che se lei lo avesse lasciato, lui si sarebbe tolto la vita»

Maltrattamenti «Julia, come tutte le vittime di maltrattamento – sottolinea la Miliani -, era sola a subire i le violenze, ma adesso non è sola nel processo perché accanto al suo racconto ci sono anche delle testimonianze di terze persone». E dunque Miliani mette finalmente al loro posto tutte le tessere del puzzle, e ciò che fino ad ora si era ricavato solo confusamente, è cristallino: Julia depressa, picchiata, sanguinante, con Valerio che la perseguitava, l’hanno vista e vissuta in molti, anche amici di Valerio, che non hanno animosità verso l’imputato stesso.

Intercettazioni Ed è per questi episodi che Alessandro Polizzi, in tre diverse occasioni, massacra di botte Valerio – «che comunque non è mai stato in pericolo di vita» sottolinea la Duchini – mandandolo all’ospedale. Ed è proprio in ospedale che Riccardo vede Valerio su una barella «tutto insanguinato che sembrava morto» e «decide quello che poi avrebbe fatto». Lo racconta lui stesso in un’intercettazione:«Ci so andato io è la realtà, io sfido chiunque a mettese al posto mio, vedè il figlio al pronto soccorso, agonizzante, che sembra morto». «L’alternativa – è ancora Riccardo intercettato – quale cazzo era? Che aspettavamo che te davano una botta de piccone in testa, eri morto, quella era l’alternativa?». E ancora, «qui andava a finì male perché quello la prossima volta te faceva fuori… la abbiamo pigliata qua, toccava vende tutto e andassene, mollà tutto per uno stronzo, noi purtroppo siamo incappati in questi esseri schifosi… abbiamo sbagliato, a sto punto abbiamo sbagliato». Aspettavamo, siamo, abbiamo. Prima persona plurale. Noi. Loro. Gli stessi che in apertura di udienza hanno ricevuto il niet della Corte alla richiesta di poter avere un notaio in carcere per dargli una procura speciale senza voler specificare per fare cosa. Gli stessi che per la procura di Perugia meritano entrambi il carcere a vita.

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