di Ivano Porfiri
Dopo il furgone, è il casolare di Frontignano a «parlare». Un linguaggio, quello della scientifica, in cui gli inquirenti cercano prove che inchiodino Riccardo e Valerio Menenti nel ruolo di assassini di Alessandro Polizzi, come sostiene l’ordinanza di arresto, mentre la difesa spera in elementi che li scagionino.
ACCERTAMENTI SCIENTIFICA :VIDEO FURGONE – FOTO FURGONE – FOTO CASALE DI TODI
Fino a notte fonda Gli accertamenti svolti con la formula degli accertamenti «irripetibili» sono iniziati nel casolare venerdì sera intorno alle 22.30 quando il buio ha favorito l’effetto del luminol, il composto chimico utilizzato per rilevare il sangue. Si è partiti dal primo piano, per poi spostarsi agli annessi: la vetreria, una falegnameria (entrambe con i pavimenti in terra quindi che non risponde al luminol) e un mini appartamento. Gli accertamenti sono poi ripresi sabato mattina proseguendo per diverse ore nella casa pricipale. «La polizia ha svolto il suo lavoro con scrupolo e meticolosità – spiega l’avvocato Donatella Donati, che assiste Julia Tosti insieme a Luca Maori – attendiamo fiduciosi le analisi di laboratorio».
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Tracce biologiche Secondo quanto trapela, il luminol ha reagito con diverse piccole luminescenze. In particolare sul pavimento e nel bagno del mini appartamento. Ciò che gli inquirenti, guidati dal capo della mobile Marco Chiacchiera e coordinati dal sostituto procuratore Antonella Duchini, cercano sono elementi che Riccardo Menenti si sarebbe portato dietro dall’appartamento di via Ricci. Sul furgone le tracce evidenziate dal luminol sono state otto (tra cui volante, freccia, cambio, stereo, pedale dell’acceleratore, sedile di mezzo). Se l’assassino avesse guidato con le scarpe sporche di sangue, ad esempio, e non togliendosi i guanti, questi oggetti potrebbero essere arrivati a casa prima di sparire.
VIDEO: L’AVVOCATO DOPO GLI INTERROGATORI
Indumenti spariti Il problema, infatti, per gli inquirenti, è che di quegli abiti non si sia trovata traccia. Al di là delle tracce fatte venire alla luce dal luminol sul furgone Fiat Scudo bianco e in casa, e che dovranno essere analizzate, nei luoghi perquisiti non si sono trovati gli abiti del killer né lo svitabulloni con cui è stato colpito Alessandro. «Tutti gli “strumenti” adoperati per commettere i reati – scrive il gip nell’ordinanza di arresto – (fra cui gli indumenti e le scarpe) sono immediatamente spariti, perché non trovati nel corso delle perquisizioni». Non è stata trovata nel corso del sopralluogo più nemmeno la cenere che gli investigatori avevano trovato «ancora calda» la mattina dopo l’omicidio.
INTERVISTA A VALERIO DI ‘CHI L’HA VISTO?’
Tracce di vita domestica Intanto dalla difesa Menenti giudica quanto repertato nulla di particolarmente significativo. Il consulente balistico Martino Farneti, che ha assistito agli accertamenti sostiene che «quella è una casa dove cani e gatti entrano ed escono: tracce biologiche ma di una normale vita domestica di campagna». E anche su quanto repertato sul furgone invita alla cautela: «Anche l’analisi delle micro particelle va valutata con intelligenza. Io dalla mia esperienza traggo la sensazione che ci si stia concentrando troppo verso una direzione e si stiano tralasciando altre piste come il mondo che ruota intorno alle vittime». Anche l’avvocato Luca Patalini parla di «piccole tracce che andranno analizzate ma che non sembrano legate a una persona che torna da una scena del crimine: restiamo duque fiduciosi in attesa delle analisi».
LA PERQUISIZIONE DOPO IL DELITTO: FOTOGALLERY – VIDEO
Elementi contro Menenti Oltre al furgone e ad eventuali tracce nela casa, gli elementi in mano all’accusa per collocare Riccardo Menenti sulla scena del delitto, pur se inserite in un quadro indiziario più complesso, finora sono due: le testimonianze e un’impronta di stivaletto. Sempre che si riesca a provare che sia le une che le altre si riferiscano a lui. Le due cose sono legate all’intervento di un vicino di casa di Julia e Alessandro e a sua figlia.
INTERVISTE VIDEO: IL PADRE DI JULIA – LA MADRE – IL FRATELLO
Il vicino di casa Sono proprio la figlia e la moglie a sentire per prime le urla di Julia venire dall’appartamento. «Sono stato svegliato da mia moglie, la quale mi ha detto che dall’appartamento di Julia si sentivano grida e rumori – -dice il vicino agli inquirenti -. Mi sono allora alzato dal letto, ho indossato velocemente i pantaloni della tuta e ho aperto la porta del mio appartamento». Aperta la porta di casa sua, il vicino sente le urla di Julia «e nessuna voce di uomo: sono allora salito per capire cosa stesse succedendo e ho visto la porta della casa di Julia socchiusa. L’ho spinta leggermente per vedere meglio e ho notato in terra del sangue». L’uomo si precipita quindi di sotto a chiamare il 113. La chiamata viene registrata alle 3.15.
VIDEO: LE INTERVISTE AI TESTIMONI
La figlia e il killer davanti Il testimone riferisce di ricordare bene che quando è salito non c’erano tracce di sangue sulle scale né
