Il procuratore generale della corte di Cassazione, Gianfranco Ciani, ha avviato l’istruttoria per verificare gli estremi disciplinari sul comportamento del giudice Fiorentino Alessandro Nencini, presidente della corte d’assise d’appello che ha condannato Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l’omicidio di Merdith Kercher. Tutto scaturisce dall’intervista rilasciata al Corriere della Sera dopo la sentenza con cui Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono stati nuovamente condannati, rispettivamente, a 28 e 25 anni di reclusione. A sollecitare l’apertura della pratica erano stati quattro consiglieri laici del centrodestra e la prima commissione all’unanimità, oltre al togato di Unicost, Riccardo Fuzio.
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Perplessità La notizia dell’indagine arriva dopo che lunedì il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri aveva chiesto a sua volta all’Ispettorato generale del Ministero «accertamenti preliminari» proprio sulle dichiarazioni rese alla stampa. «Ho perplessità – aveva detto il ministro -, perché disorientano il cittadino. Abbiamo trovato sulla stessa pagina di giornale due alti magistrati che esprimevano giudizi sulle sentenze o comunque le commentavano senza che peraltro la sentenza fosse pubblicata: i cittadini a quel punto non sanno più a chi credere e perché credere. Occorre in questi casi essere rigorosi ed avviare anche un’azione disciplinare».
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L’intervista Il giudice, intervistato da Fiorenza Sarzanini, ha svelato che la Corte di Firenze, sulla dinamica dell’omicidio di Meredith, ha «una convinzione e la espliciterà nella sentenza. Al momento – ha detto Nencini – posso dire che fino alle 20,15 di quella sera i ragazzi avevano programmi diversi, poi gli impegni sono saltati e si è creata l’occasione. Se Amanda fosse andata al lavoro probabilmente non saremmo qui». L’omicidio, per la Corte che ha nuovamente condannato Amanda Knox e Raffaele Sollecito, «e’ stata una cosa tra ragazzi, ci sono state coincidenze e su questo abbiamo sviluppato un ragionamento. Sono consapevole che sarà la parte più discutibile».
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Sollecito non si è fatto interrogare Il giudice anticipa anche che nelle motivazioni spiegheranno perché non hanno accolto la richiesta della difesa Sollecito di diversificare le posizioni dei due imputati. «Motiveremo in maniera approfondita sul punto spiegando perché non abbiamo ritenuto di accogliere questa impostazione – dice Nencini -. In ogni caso Sollecito ha deciso di non farsi mai interrogare nel processo». E quando la cronista gli chiede se questo ha influito sulla condanna, lui risponde: «È un diritto dell’imputato, ma certamente priva il processo di una voce. Lui si è limitato a dichiarazioni spontanee, ha detto soltanto quello che voleva senza sottoporsi al contradditorio».
Reazione dura Dura era stata la reazione dei legali di Sollecito alle frasi del giudice: «Le sentenze – ha spiegato Luca Maori – si rispettano, le interviste no. E’ gravissimo, anzi inaccettabile, che il presidente Nencini abbia commentato pubblicamente quanto accaduto nel segreto della camera di consiglio e si sia spinto a criticare la strategia difensiva di Sollecito». «Ci chiediamo innanzitutto – dicono i legali – se parla a nome di tutti i giurati e se la frase sul mancato interrogatorio di Raffaele Sollecito significa che, se avesse accusato Amanda Knox, sarebbe stato assolto. In ogni caso, ricordiamo a tutti che ai magistrati compete il potere di giudicare, non quello di intromettersi nelle scelte della difesa e di commentarle pubblicamente».
Condanna frutto di pregiudizi È per l’avvocato Luca Maori, l’intervista è la «prova provata» che la condanna di Firenze è «frutto di un evidente pregiudizio da parte dei giudici nei confronti degli imputati e in particolare di Raffaele Sollecito».«E’ inammissibile, giuridicamente errato e deontologicamente aberrante – ha aggiunto l’avvocato Luca Maori – quanto dichiarato dal dottor Nencini riguardo a decisioni prese in camera di consiglio e quindi in palese violazione del segreto che impone la legge in proposito. In particolare, sul motivo per il quale alle 20, 15 del primo novembre del 2007 sarebbe scatta l’occasione per l’omicidio da parte di Raffaele e Amanda; che Raffaele non si sarebbe mai fatto interrogare omettendo di dire una circostanza determinante, cioè che nessuna parte processuale ha mai chiesto l’esame di Raffaele che comunque ha spiegato i fatti attraverso dichiarazioni spontanee».
