Ergastolo per Mark Samson, il 25enne di origine filippina che, nel marzo del 2025, ha ucciso la fidanzata 22enne Ilaria Sula. Lo ha stabilito martedì la Terza sezione della Corte d’Assise del Tribunale di Roma, nel corso dell’ultima udienza nell’aula Bunker.
«Ci sono situazioni e situazioni, affermazioni e affermazioni. L’omicidio Sula fa parte di una serie di omicidi già trattati – ha esordito l’accusa -. Ho ancora presente quel cadavere e le condizioni in cui è stato trovato in quel dirupo. Il delitto Sula esprime un alto profilo di crudeltà. Serve giustizia per questo atroce massacro compiuto da Samson; la famiglia di Ilaria la attende ormai da tanto tempo». Così il Pm Maria Perna che, reiterando la richiesta dell’ergastolo per le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi oltre l’occultamento di cadavere, in replica contesta alla difesa i dettagli sull’orario in cui tra il 24 e il 25 marzo 2025 sarebbe stato compiuto il delitto: «Samson non ha mai detto la verità, ha mentito perché un’operazione di verità avrebbe comportato l’ammissione della premeditazione».
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In evidenza le discrasie tra il racconto dell’assassino e quello di sua madre, complice dell’occultamento di cadavere per cui ha patteggiato, poi il passaggio su quello che Mark aveva nascosto a tutti: il fatto che Ilaria quella sera sarebbe andata da lui. «Nessuno doveva sapere». Secondo la Procura l’esordio criminale va riconosciuto nel controllo persistente e sistematico delle conversazioni social di Ilaria dopo il furto delle credenziali, poi sarebbe intervenuto l’intento punitivo come emerge dalle chat con gli amici, da quelle frasi sprezzanti che Mark riservava a Ilaria, parlando di lei con altri. Il pubblico ministero ha definito l’imputato «subdolo, falso, diabolico. Possesso e controllo – ha argomentato – sono le due emergenze che caratterizzano questo atroce delitto. Mark ha messo in atto comportamenti indegni e vergognosi».
«Inascoltabile – ha detto l’avvocato di parte civile che rappresenta i Sula, Giuseppe Sforza, rivolgendosi alla Difesa – il diritto alle attenuanti generiche. Ai difensori di Samson contesta una «ricostruzione parcellizzata dei fatti e sulla messa in dubbio della relazione sentimentale dice: «Un dato obiettivo: Ilaria va quella sera a casa di Mark perché ha ancora fiducia in lui. La relazione di fatto è ancora in essere. Eppure, senza che mostri oggi alcun segno di pentimento, Mark ha gestito tutto in modo glaciale». E poi ancora dettagli tesi a smantellare il quadro difensivo.
«Da parte della Procura – ha replicato infine la Difesa – pone ancora domande. Dovrebbe fornire risposte, per supportare le accuse. Non deve testimoniare Samson sull’orario preciso del delitto e sulle modalità. E se non è reale la ricostruzione di Mark – lancia la riflessione alla Corte – quando avrebbe assunto, la vittima, la caffeina che è stata rilevata in autopsia? E perché Samson avrebbe tentato di fermarsi a cena a casa di Ilaria se ha già pianificato di ucciderla in casa sua? Quali sono i dati probatori forniti oggi? Da un punto di vista giuridico, non solo non c’è prova di premeditazione ma è legittima anche la concessione delle attenuanti generiche. Se Mark Samson non avesse fatto rinvenire il corpo di Ilaria, tanto per dirne una, noi non staremmo facendo questo processo».
Aggredita a casa di lui, con spinte e pugni, poi accoltellata a morte, Ilaria fu chiusa in una valigia e gettata in un dirupo. La scomparsa, le ricerche disperate, l’angoscia dei familiari, poi la tragica scoperta dopo che, per giorni, l’assassino, impossessatosi del cellulare della vittima, aveva tentato di far credere che Ilaria fosse ancora viva.
I due stavano insieme da tempo. Giunta a un certo momento della relazione col giovane, complici le bugie del ragazzo sui suoi studi universitari, Ilaria voleva una pausa, chiedeva spazi. Un’interruzione che Mark non era intenzionato a concedere. Quel rallentamento dei rapporti almeno fino all’anniversario, un impegno che la coppia non è riuscita a mantenere. Per farsi accogliere nell’appartamento che la ragazza a Roma divideva con altre inquiline, Mark finse anche di aver subito un furto in casa propria e di avere paura. Impossessatosi delle credenziali di account social della giovane, aveva iniziato a spiarla, a leggere le sue chat private, anche quelle con un ragazzo conosciuto tramite un’App di incontri. Ilaria aveva detto a Mark che voleva conoscere nuove persone, anche di aver scaricato l’applicazione, ma gli epiteti coi quali l’allora 23enne parlava di lei con amici e conoscenti dvano il senso di quanto non riuscisse ad accettarlo. Ed è evidentemente in quegli stessi giorni che sale la rabbia di Mark, la gelosia, la violenza. Quando invita Ilaria a casa sua dice di aver capito delle cose e di doverle parlare, ma necessariamente di persona. Intanto a un amico dice: ‘La affogo nell’acquario, mi deve chiedere scusa in tutte le lingue, Ilaria è mia, solo mia’.
Alla sbarra, l’imputato ha fornito la sua ricostruzione dei fatti, senza dettagliare il momento esatto del femminicidio e lasciando zone d’ombra sull’accaduto. Per la Procura ‘freddo e lucido calcolatore’, Mark avrebbe ucciso Ilaria «con freddezza e lucidità allarmanti». Per la difesa, solo immaturità e improvvisazione: Mark non sarebbe riuscito a frenare quella sua «gelosia carnale tipica dell’universo maschile». Gelosia che tuttavia la difesa non ritiene componente esclusiva dell’omicidio, quindi non interpretabile come futile motivo: «Mark si aspettava chiarezza da Ilaria e poi è stato provocato dalla giovane».
«I veri condannati all’ergastolo – avevano avuto modo di dichiarare i genitori della vittima qualche mese fa -, siamo solo noi». Dalle testimonianze è emerso il profilo di una ragazza solare, sensibile, affettuosa, piena di sogni e aspirazioni. Desideri e sorrisi spenti dal ragazzo che diceva si amarla e di non poter fare a meno di lei.


