di Francesca Marruco
Alla base del gesto disumano di uccidere la propria moglie con due botte in testa e poi chiuderla in uno scatolone e abbandonarla lungo la strada come un sacco di spazzatura potrebbe esserci stato un rifiuto. Alle persone con cui Giovanni Miceli condivideva l’appartamento in cui ha ucciso la moglie Olga Dunina, diceva che «l’avrebbe rispedita in Ucraina» perché lei «non voleva più andare a letto con lui». Il particolare emerge dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Carla Giangamboni alla fine di giugno, dopo che Miceli era diventato latitante.
Revoca carcere L’avvocato Debora Colantuoni che difende Giovanni Miceli, lo vedrà venerdì mattina in carcere, e probabilmente a giorni depositerà la richiesta di scarcerazione e sostituzione del carcere coi domiciliari. Poi, entro la fine del mese assisterà Miceli nell’interrogatorio con il magistrato titolare dell’indagine Mario Formisano. Forse a quel punto, finalmente, il 68enne che già nell’89 venne denunciato dalla prima moglie che aveva minacciato col fucile, racconterà quando, come e con che cosa ha ucciso Olga. All’appello manca ancora infatti l’arma del delitto. Oltre a tanti particolari sulla dinamica.
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La macchia di sangue Probabilmente Olga è morta mentre era o distesa sul letto, o seduta sul letto. L’enorme macchia di sangue rinvenuta di carabinieri lo testimonia. Miceli, che per portare via lo scatolone col cadavere della moglie aveva chiesto aiuto ad un tunisino a cui ha dato 50 euro, gli aveva preannunciato l’intenzione di «portare via dei vecchi materassi». «Non a caso – scrive il gip – le macchie di sangue più vistose erano proprio quelle presenti sul materasso che il Miceli in un primo momento si era limitato a girare al contrario».
Elementi univoci Per il gip Carla Giangamboni dunque, « tutti gli elementi raccolti dagli inquirenti convergono unicamente nel far ritenere Giovanni Miceli responsabile dell’omicidio della moglie e dell’occultamento del suo cadavere». Per questo l’ordine di arresto, eseguito venerdì scorso dai carabinieri del nucleo investigativo di Perugia a Roma.
Miceli violento Per il giudice, a cui adesso il difensore chiederà di sostituire il carcere coi domiciliari, sussistono il pericolo di fuga- lo dimostra il comportamento tenuto dopo il delitto-, e anche quello di reiterazione di reato che «emerge anche dalla negativa personalità di Miceli, desumibile dai comportamenti da lui tenuti nei confronti della prima moglie. La figlia, proprio a motivo del comportamento violento che Miceli teneva coi familiari aveva interrotto da anni ogni tipo di contatto. Una vicina ha inoltre raccontato che Miceli in più occasioni si era lasciato andare ad eccessi di violenza nei confronti dei vicini giungendo perfino a schiaffeggiare un uomo».
VIDEO: LUOGO DEL RITROVAMENTO – SALMA PORTATA VIA
Il piano rovinato Miceli, dopo aver ucciso e cercato di far sparire il corpo della moglie, voleva cercare di fare lo stesso con tutte le tracce che avrebbero potuto incastrarlo. Ma il suo piano venne rovinato dal ritrovamento dello scatolone. E quindi, il 18 giugno nel pomeriggio, dovette scappare in fretta e furia lasciando tracce evidenti dietro di sé. « il 18 giugno Miceli era stato isto in casa fino almeno al pomeriggio, quando aveva dato delle sigarete ad un vicino. Il giorno prima era stato visto entrare ed uscire di casa numerose volte». Poi nulla. Quando i carabinieri, dopo aver identificato Olga entrano nell’appartamento trovano «una stanza apparentemente ordinata, con delle valigie accuratamente preparate lasciate all’interno e degli abiti da uomo (corrispondenti a quelli di cui alle riprese video- del negozio da cui ha preso gli scatoloni, ndr) appesi ad asciugare sul balcone». Gli abiti sono stati sequestrati in cerca di tracce di sangue.
