di Fra. Mar.
Ergastolo e tre anni di isolamento diurno. Più una provvisionale di duecento mila euro per Valerio Mion e Marcella Scoscia, oltre a cento mila euro di danno da risarcire al Comune di Perugia. E’ questa la sentenza che la corte d’Assise di Perugia ha emesso oggi nei confronti di Alfons Gjergji, albanese processato per il doppio omicidio di Cenerente avvenuto nell’aprile del 2012, in cui, durante una rapina, vennero uccisi Maria Raffaelli e Sergio Scoscia. L’imputato, diversamente dagli altri due coimputati, già condannati all’ergastolo con rito abbreviato ridotto per il palo a vent’anni in appello, ha scelto il processo ordinario continuando sostenere la sua innocenza. Ma i giudici non gli hanno creduto.
Parte civile L’avvocato di parte civile Alessandro Vesi ha parlato di «conclusione logica di una ricostruzione dettagliata, analitica e tecnica posta in essere dagli inquirenti, la conclusione logica di un processo che ha dato tutte le possibilità difensive all’imputato, compresa l’eccezionalità dell’interruzione della discussione per un ulteriore istruttoria complicata, costosa e particolare sul Dna. Sono emerse delle prove schiaccianti e queste prove hanno portato alla condanna per un fatto di sangue di una crudeltà e di una drammaticità inaudita».
Difesa L’avvocato Luca Maori che difendeva l’imputato ha parlato di «sentenza che riteniamo non giusta perché per noi, le prove sono soltanto date dalle dichiarazioni dei due coimputati, condannati all’ergastolo con rito abbreviato. Abbiamo provato – ha aggiunto – in tutte le maniere che Gjergji quella sera non era lì. Quello che noi abbiamo provato e dimostrato non è stato tenuto in considerazione. Pesa su questo molto probabilmente il fatto che imputato abbia precedenti per droga, che sia un albanese senza permesso di soggiorno, pesa anche il clima molto teso che è stato sotteso a questo processo. Naturalmente il mio primo pensiero è per le povere vittime, ma poi anche per il mio assistito che io ritengo innocente. Dopo aver letto le motivazioni presenteremo appello».
L’accusa Per il pm Claudio Cicchella, che coordinò le indagini della squadra mobile di Perugia diretta da Marco Chiacchiera, Gjergji venne appositamente da Roma perché era quello «esperto» nei furti. Il pomeriggio prima della rapina sfociata in mattanza andò a fare un sopralluogo insieme ai cuoi complici fuori dal casolare di Cenerente e poi entrò in azione quella notte. Quando la polizia sequestrò la sua auto, nascosto nel motore trovarono guanti in lattice, un piede di porco, e altri attrezzi atti allo scasso.«Li usavo per accendere la macchina – ha detto Gjergji in aula – perché non si avviava bene: i guanti servivano per non bruciarmi perché già una volta mi era successo, il cacciavite per avviare il motore, il piede di porco? Non era un piede di porco, ma unaltra cosa che usavo per cambiare le ruote».
In aula Gjergji aveva parlato dicendo: «Io sono innocente e non c’entro niente con questo omicidio. Mi dispiace per tutti ma non c’entro niente io in questo caso». «Loro accusano me in questa causa per salvare se stessi: sicuramente hanno deciso in Albania di fare questo. Lo hanno progettato insieme lì per accusarmi. Laska in Albania ha picchiato Anton dicendo che non doveva dire la verità ma solo dire che ero stato io. Lo ha detto anche in tribunale». Il fatto però è che Ndreck Laska, non solo ha accusato Alfons Gjergji di essere colui che materialmente ha ucciso a martellate l’ex orafo Sergio Scoscia, ma ha anche accusato se stesso di avere aiutato Gjergji a tenere fermo e legare Scoscia.
