di Francesca Marruco
Un incendio con danni per 150mila euro appiccato per intimidire il titolare di un autolavaggio che doveva dei soldi a delle ditte calabresi. Società cedute a costo zero pur di riaquistare un minimo di serenità e smettere di ricevere continue minacce, anche di morte. Imprenditori che hanno rinunciato ad aprire attività commerciali perché minacciati di farli chiudere il giorno dopo. Sono solo alcuni dei tantissimi episodi che l’associazione ‘ndranghetista operante a Perugia ha messo in atto negli ultimi anni, infiltrando il tessuto economico del capoluogo umbro, costringendo alcuni imprenditori alla bancarotta e alla disperazione.
La mappa interattiva: luoghi chiave dell’inchiesta
Quarto Passo A tutto questo hanno messo fine i carabinieri del Ros di Perugia, guidato dal capitano Goffredo Rossi, che in una indagine durata anni, hanno messo in fila gli innumerevoli episodi di intimidazione mafiosa (dall’estorsione, all’usura, alla bancarotta fraudolenta, alla truffa, alle minacce) e, guidati dal procuratore della Repubblica di Perugia Antonella Duchini, hanno confezionato un’indagine che mercoledì mattina ha portato all’arresto di 46 persone, otto ai domiciliari e sei con altri obblighi. Il metodo utilizzato dal sodalizio era diversificato a seconda dell’occasione, ma di base la ratio era sempre quella di acquisire il controllo di attività imprenditoriali e di imprenditori che, minacciati, anche di morte, acconsentivano a rovinarsi la vita pur di sperare nella fine delle richieste dei criminali.
GLI ARRESTATI: FOTOGALLERY – VIDEO
Chi sono gli arrestati A capo dell’associazione, secondo quanto emerso dalle indagini, ci sarebbero stati Natalino Paletta, titolare del bar-ristorante di Ponte San Giovanni in cui avvenivano alcuni incontri, Cataldo Ceravolo, proprietario di alcuni appartamenti a Ponte San Giovanni, Salvatore Facente, titolare del bar Apollo 4 di Ponte San Giovanni, che avrebbe costituito una delle basi logistiche dell’organizzazione, Mario Campiso, che tra l’altro ha ripetutamente minacciato una donna espressamente dicendole di avere parenti mafiosi in Calabria. Arrestati anche Cataldo De Dio, Cataldino Campiso, Antonio Lombardo, Luigi Orlando, RoccoVincenzo Cataldi, Giovanni Cataldi, Angelo Maese, Michele Liotti, Gennaro Cavallo, Vincenzo Martino, Francesco Manfredi, Nicodemo Blefari, Francesco Pellegrino, Disha Indrit, Stafa Arber, Daci Flakton, Ruci Florenc, Antonio Pellegrino, Cristian Fioretti, Saverio Caputo, Cataldo Iuele, Saverio Scilanga, Mici Ardit, Francesco Manica, Immacolata Pariota, Dedej Toni, Simone Verducci, Salvatore Ferrazzo, Mario Ferrazzo, Nicodemo Calabretta, Resuli Lulzim, Ichim Adelusa, Salvatore Papaianni. Agli arresti domiciliari invece Giuseppe Gentile, Letizia Gennaria, Gennaro e Daniele Crugliano, Vincenzo Brunetti. Obbligo di dimora per Natale Murgi, Silvia Blefari, Giuseppe Ferrazzo, Teresa Pignola, Luigi Marino, Carmine Saullo e Andrea Piergiovanni.
VIDEO – LA CONFERENZA STAMPA CON I DETTAGLI DELL’OPERAZIONE
I Farao a Perugia Il legame del gruppo perugino con la cosca calabrese dei Farao Marincola lo documentano i legami con Vittorio Farao (figlio di Silvio, tuttora latitante ed esponente di vertice della Locale di Cirò), Vincenzo Farao (classe 1983, fratello di Vittorio e figlio di Silvio), nonché con gli omonimi cugini Vittorio Farao (classe 1977) e Vincenzo Farao (classe 1972), figli di Giuseppe (classe 1947 esponente di vertice della Locale di Cirò, condannato all’ergastolo ed attualmente detenuto in regime di 41 bis o.p.), più volte venuti a Perugia per incontri che spesso si svolgevano al Merlin Pub.
VIDEO, INTERCETTAZIONI: «LO AMMAZZIAMO DAVANTI AL BAR»
Murati nelle gettate di cemento «Mi hanno detto che era meglio aderire alle loro richieste per evitare che potesse accadermi qualcosa di brutto, come succede in Calabria – ha raccontato uno degli imprenditori rovinati dall’associazione ‘ndranghetista -. Mi facevano presente che giù in Calabria è accaduto tante volte che qualcuno sparisce e i familiari lo cercano e non lo trovano più. Mi parlavano con un linguaggio mafioso». C’era anche chi si vantava di conoscere «mafiosi calabresi che comandano a Cirò Marina e diceva anche che loro conoscevano anche alcuni politici e amministratori di Cirò. Mi faceva anche discorsi sul fatto che chi non si allinea alle loro richieste giù in Calabria fa una brutta fine, spariscono e nessuno più li ritrova stante che è consuetudine murarli nelle gettate di cemento». Dello stesso tenore le minacce ricevute anche da un’altra donna, c’era chi le diceva «che aveva parenti mafiosi in Calabria che l’avrebbero sotterrata, che spesso li venivano a trovare dalla Calabria questi mafiosi, che frequentavano uno che chiamavano ergastolano e suo figlio». Un imprenditore edile che aveva rifiutato la ‘protezione’ del gruppo si è visto incendiare un cantiere. Fu lo stesso Ceravolo a spiegare ad una terza persona «”lo vedi cosa vuol dire non dare più lavoro” io chiesi perché e Ceravolo mi spiegò che Omissis aveva tanto lavoro ma non dava lavoro ai calabresi ed in particolare a tale Antonio che lavorava per loro, facendomi così intendere che l’incendio era opera loro».
VIDEO, INTERCETTAZIONI: «NON PRENDERE QUEL NEGOZIO»
L’incendio e poi la richiesta di soldi «Il giorno dopo le minacce subite, nella notte, ci fu un incendio doloso che distrusse l’intero impianto. Non denunciammo mai i fatti estorsivi subiti. Il giorno dopo l’incendio mi avvicinarono Lombardo Antonio e Orlando Luigi dicendomi che la cosa accaduta era grave e che, sostanzialmente, era da ricollegare alle forniture ed ai sub appalti e cioè ai crediti vantati dalle ditte calabresi. Mi dissero che loro erano in grado di gestire la situazione per evitarmi ulteriori ritorsioni. Mi dissero sin da subito che avrebbero avviato i contatti con alcuni calabresi, senza mai dirmi chi fossero, per gestire la situazione e trovare una soluzione. Sin da subito mi dissero che io avrei dovuto sborsare somme di danaro per tamponare la situazione e per evitare che succedessero altre spiacevoli ritorsioni. Mi dissero anche che avrei dovuto garantire loro il lavoro, cioè mi chiesero appalti. Io dissi loro che appena avessi avuto delle opportunità gliele avrei assegnate. Io assecondai la richiesta proprio per evitare ulteriori guai del resto era per me prioritario che la mia famiglia vivesse serena e tranquilla e non subisse ulteriori intimidazioni e incendi». Entrambe le loro imprese «sono state portate in situazione di indebitamento da questi soggetti anche con il sistema della falsa fatturazione da parte loro per inesistenti lavori, a fronte dei quali noi firmavamo degli assegni intestati a Campiso Mario, Orlando Luigi, Lombardo Antonio, Blefari Nicodemo. Così attingevano ulteriormente senza una sussistente motivazione, al nostro patrimonio societario».
VIDEO: INTERVISTA AL PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA
10 mila euro per uscire dalla società Poi nel 2012 tutte le quote sono state cedute ed intestate a Natalino Paletta, indicato espressamente da Antonio Lombardo. «Io – ha confessato l’imprenditore – rimanevo nella società come amministratore. Paletta non pagò nulla per tutta l’operazione e divenne proprietario al 100% delle quote senza sborsare alcuna somma di denaro e senza pagare nulla per tutta l’operazione finanziaria. Dopo alcuni mesi mi resi conto che la società non era di fatto gestita da me perché nelle mani esclusive dei calabresi… pertanto sapendo che il calabrese Paletta era divenuto proprietario di tutto su indicazione del Lombardo dissi a quest’ultimo che ero intenzionato ad uscire dal mio ruolo di amministratore… a tale richiesta ottenni da parte del Lombardo una richiesta che si manifestò con il chiedermi per conto del Paletta la somma di 10 mila euro. La richiesta fu chiara: se volevo uscire dalla mia carica di amministratore della società e non volevo subire problemi dovevo consegnare quei soldi. Sapendo tutto quello che aveva subito Omissis mi convinsi a pagare senza controbattere. Ero fortemente preoccupato e impaurito e non volevo subire ritorsioni avendo una famiglia con due figli minori. Mi feci prestare da familiari e amici in diverse circostanze le somme di denaro che consegnai un po’ alla volta, in 5 volte. Ho pagato… ero fortemente impaurito dai calabresi».
IL PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA: NON E’ MAFIA CAPITALE, PA SANA, MA SERVE DENUNCIARE
Te l’ammazzo tuo figlio C’è anche chi è stato «costretto ad assumere quattro operai che non sapevano fare minimamente il lavoro. Non erano capaci a fare niente e io dovetti stare quasi due mesi a seguire, dirigere e a compiere materialmente i lavori». C’è infine il titolare di un’officina di Perugia che ripara una loro auto e non viene pagato. Ma non sa che è solo l’nizio di un calvario. I calabresi infatti torneranno e pretenderanno di avere le riparazioni alle auto gratuitamente. Non solo, pretenderanno di avere da lui soldii su soldi. Gli diranno che servono per riuscire ad avere quelli che gli devono per il lavoro svolto. Ma l’imprenditore ben presto non ce la fa più: «a me hai rovinato la famiglia, ogni cosa mi hai rovinato» dice a Mario Campiso, che a sua volta gli risponde dicendo «Te l’ammazzo a tuo figlio, a sto cornuto…». Il territorio umbro dunque, «a torto ancora ritenuto da taluni isola felice», è per gli inquirenti «in via di progressiva mafizzazione».
