di Enzo Beretta

Luciano Naticchi, in carcere per aver strangolato lunedì l’anziana madre Ofelia Tiburi nel proprio appartamento di Montelaguardia, si avvale della facoltà di non rispondere davanti al gip Carla Giangamboni che conferma la custodia cautelare dietro le sbarre.

Il mistero del movente Resta perciò ancora un mistero il movente del drammatico gesto. L’interrogatorio svolto stamani nell’istituto penitenziario di Capanne non aggiunge elementi utili alle indagini del pm Annamaria Greco che coordina gli accertamenti dei carabinieri.

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Autopsia: morte per strangolamento L’autopsia svolta dal medico legale Laura Paglicci Reattelli conferma le modalità dell’uccisione – ossia lo strangolamento – una morte per asfissia consumata in pochi minuti. E’ stato lo stesso indagato, intorno alle 7.40, ad avvisare il 112 confessando: «Ho ucciso mia madre». Dalle testimonianze raccolte dagli investigatori emerge lo stato di depressione che ha accompagnato Naticchi negli ultimi anni. Una delle ragioni iniziali sembrerebbe legata al cambio di lavoro: anni fa, infatti, Naticchi lavorava in un negozio di scarpe del centro storico, poi quando la boutique ha chiuso si era dovuto reinventare in una cooperativa di servizi. Un impiego che non ha mai considerato suo.

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La morte del padre e la pensione Antidepressivi, un ricovero in ospedale nel 2014, a seguire la morte dello psichiatra che lo aveva in cura. E’ nell’autunno del 2017, però, che arriva uno dei momenti più difficili: a settembre perde il padre, un mese dopo va in pensione. Tutto diventa più complicato, l’ansia e le angosce incombono senza mostrare segnali allarmanti. Perfino la visita del figlio dal dentista si trasforma in motivo di preoccupazione. Scarseggiano gli amici e gli hobby, in alcune occasioni la madre Ofelia che abita sopra alla sua casa nella medesima palazzina in via delle Ghiande, dove trascorre alcune notti per tenerle compagnia, prova ad impegnarlo affidandogli commissioni e piccoli lavoretti.

La perizia psichiatrica Tre giorni prima del delitto – è stato ricostruito – la moglie lo accompagna da una psicologa per l’avvio di una terapia. Luciano Naticchi è giù di tono, si agita continuamente, ma non è mai violento con nessuno. Neppure a ridosso del delitto. Il pomeriggio precedente incontra la sorella che non avverte nulla di particolarmente strano se non la preoccupazione per l’assenza di un impiego del figlio. Ora, dopo il sangue, la confessione al 112, i buchi nella confusa ricostruzione davanti al pubblico ministero e il silenzio col gip è probabile che il suo avvocato Francesco Falcinelli chieda una perizia psichiatrica.

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