di M.R.
Tramite i propri avvocati, Paola Tenneroni e Massimiliano Mattioli, che hanno fatto leva anche su sentenze di Cassazione, ha vinto le resistenze dell’Inail che, alla luce delle perizie presentate, ha riconosciuto la morte d’infarto di Emanuele Dominici come infortunio sul lavoro, erogando regolarmente la rendita vitalizia. Tuttavia, per la vedova narnese, disoccupata e con una figlia 23enne, che chiedendo giustizia per il marito era arrivata a scrivere anche al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è da poco iniziata una nuova battaglia; quella legale col datore di lavoro dell’uomo.
L’operaio è morto 30 mesi fa, mentre consegnava biancheria pulita a una struttura alberghiera in Valnerina, per conto di una lavanderia. Colto da malore, morì in strada. Sul luogo della tragedia giunsero sanitari e forze dell’ordine. “Infarto fulminante; il decesso è avvenuto sul lavoro”. Questo avrebbero messo nero su bianco i bianco i militari intervenuti sul posto, senza che fosse disposta autopsia. E al netto della documentazione medico-legale presentata dalla vedova, nonché la mossa del Quirinale, dopo un primo diniego, l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro ha riconosciuto alla donna quanto rivendicava.
Ad ogni modo, alla somma mensile percepita dall’Inail, dovrebbe aggiungersi, secondo i legali che seguono il caso, un importo aggiuntivo da parte del titolare dell’attività, per la quale Dominici, quel 29 luglio 2023, era in servizio. Stando al racconto della vedova, risale ormai a un anno fa la sua interlocuzione col datore di lavoro del marito, nonché con la compagnia assicurativa di prim’ordine al quale questo si era affidato, confidando in una ‘copertura’. Per K.D., però, una nuova doccia fredda: la sua richiesta respinta per assenza di esame autoptico.
Come già ampiamente dimostrato, la donna non è solita arrendersi e non lo farà nemmeno stavolta. «Siamo al paradosso – osserva -, per cui l’Inail riconosce un infortunio sul lavoro e una compagnia assicurativa invece si rifiuta di pagare. Come sempre, per rispetto di mio marito, mia figlia e per conservare ancora un po’ di fiducia nel sistema Paese, non mollerò certamente la presa e anzi ho già scritto all’Ivass (Istituto di vigilanza sulle assicurazioni) perché verifichi il caso in questione». Nel frattempo, la vedova, ha dunque aperto un contenzioso contro il datore di lavoro del marito: «Conosco le memorie difensive presentate dalla controparte – dichiara a Umbria24 -. Io minacciavo mio marito? Ce la vedremo in Tribunale».
