di Mar. Ros.

Era il mese di luglio dello scorso anno. Un 50enne narnese, colto da malore, morì in strada. Infarto fulminante; il decesso è avvenuto sul lavoro: lo avrebbero messo nero su bianco i bianco i carabinieri intervenuti sul posto. L’uomo, infatti, aveva appena consegnato a una struttura alberghiera della Valnerina la biancheria pulita proveniente dalla lavanderia per la quale lavorava regolarmente. Un secondo lavoro oltre quello in acciaieria. La moglie, da allora, chiede all’Inail di poter accedere all’indennizzo, la rendita vitalizia, ma sin qui ha trovato solo le resistenze dell’istituto.

Narni Disoccupata, con una figlia di 21 anni all’università, il mutuo per la casa estinto grazie a un prestito e un’assicurazione privata che suo marito aveva stipulato, ora la vedova promette battaglia. Ha nominato un paio di avvocati che seguono il suo caso: «E non sarà facile sostenere le spese», tanto più ora che l’Inail ha chiesto una perizia medico-legale. «Il personale degli uffici preposti è stato avvertito – dichiara a Umbria24 -: Se pensano di scoraggiarmi per un approdo alla resa, hanno sbagliato vedova». 

Vedova disoccupata Lo spirito che anima la 50enne di Narni va oltre la semplice esigenza economica: «Per rispetto di mia figlia e di mio marito, arriverò fino in fondo, ma lo farò anche come semplice cittadina di uno Stato civile che pretende giustizia. Ho sentito un recente discorso del presidente della Repubblica Mattarella; diceva che ogni morte sul lavoro è inaccettabile. Compresa quella di mio marito, allora. Ed io al Capo dello Stato ho inviato una mail. Confido in una sua risposta o andrò di persona al quirinale per incontrarlo». 

Morto sul lavoro Attualmente la donna vive con 700 euro di pensione: «Mio marito in 28 anni di lavoro regolare ha versato fio fiori di contributi. Ieri non ho trovato nemmeno la quattordicesima. Ora devo pagare per delle prestazioni private al fine di vedermi riconosciuto un diritto. L’istituto a una prima istanza ha risposto picche, ma io non mi fermo». È l’atteggiamento di chi vuole fare coraggio ad altre vedove che magari al primo diniego si sono fermate e hanno rinunciato non solo a una vita dignitosa ma prima di tutto a un loro diritto. Secondo uno dei due legali ai quali è affidata la pratica, l’infarto fulminante, tanto più date le circostanze climatiche e il peso considerevole della banchieria che l’uomo consegnava, è da considerarsi infortunio sul lavoro al pari di altri. A supporto della tesi, vi sarebbero nientemeno sentenze di Cassazione. 

Una figlia Al momento comunque è stato incaricato un medico legale per la perizia; una volta consegnata quella, la vedova valuterà la risposta dell’Inail. In caso di ulteriore resistenza al pagamento dell’indennizzo, la donna si vedrà costretta ad aprire una battaglia davanti al giudice del lavoro. «Andrò avanti fono in fondo, a costo di farmi prestare i soldi. Un anno se ne è già andato con non poche difficoltà. Questa situazione mi destabilizza; ho cominciato ad avere attacchi di panico. Non lo merito; non lo merita mia figlia e nemmeno il mio defunto marito, lavoratore serio e affidabile. Oltre a Mattarella, ho scritto anche alla leader del Pd Elly Schlein». La donna sa di essere una piccola goccia nell’oceano ma è pronta, se serve, a fare rumore, per dare voce con la sua storia anche a quella di altre che magari ritrovano nella sua stessa situazione.

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.