di Francesca Marruco
Quelle «prove insussistenti» che hanno permesso ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito di tornare ad essere «bravi ragazzi» dopo quattro anni passati in prigione come freddi assassini non sono poche. Sono molte. Lo scrivevano i giudici di secondo grado nelle motivazioni con cui avevano assolto gli ex fidanzati, condannati a 26 e 25 anni di carcere in primo grado.
Non solo gancetto e coltello Non sono stati solo il gancetto del reggiseno di Meredith su cui la polizia scientifica aveva individuato il Dna di Raffaele Sollecito e il coltello che in primo grado era ritenuto l’arma del delitto perché sul manico c’era il Dna di Amanda e sulla lama quello di Meredith ad essere completamente destituiti di ogni significato colpevolista ma anche, di fatto, tutto il resto. Dopo la lettura dei fatti dei giudici che il 3 ottobre 2011 ridiedero la libertà ad Amanda e Raffaele, tutto appare diverso. Ogni elemento ha una lettura opposta che non indica niente di compromettente per gli imputati.
I dubbi sul lavoro della scientifica Il gancetto del reggiseno e il coltello che in primo grado erano stati una sorta di pietra angolare dell’accusa, nella superperizia concessa alle difese che la chiedevano a gran voce da anni, erano diventati motivo di dubbio della colpevolezza dei due, e della bontà del lavoro svolto dalla polizia scientifica. Con una perizia totalmente pendente dalla parte delle difese, i professori Carla Vecchiotti e Stefano Conti avevano ridato speranza ai due imputati. Che conoscevano l’importanza di quei due elementi. A partire dal coltello, che, proprio per il posto in cui è stato trovato, il cassetto della cucina di Sollecito, non può essere l’arma del delitto.
Il pc Ma oltre al gancetto e al coltello, su cui si erano dati battaglia plotoni di consulenti scientifici, anche gli altri elementi in cui in secondo grado, per ovvie ragioni non si è discusso nuovamente, avevano assunto una lettura tutta nuova e innocentista. E allora se ad esempio sul computer di Raffaele Sollecito si registra un’interazione umana intorno alle 5.30 della notte dell’omicidio, per i giudici che li avevano condannati era una prova che lui era sveglio e forse che era rientrato da poco dopo il delitto.
L’alibi Per quelli di secondo grado invece può essere che Sollecito, dopo una notte d’amore con la Knox, abbia avvertito il bisogno di ascoltare un po’ di musica, pur se a quell’ora. Niente di più. Certo proprio sull’alibi, «non totalmente verificato e non falso che è cosa ben diversa» sottolinea la corte di secondo grado, permane qualche dubbio anche nei giudici che li hanno assolti. Ma qualche dubbio su cosa possano aver fatto realmente quella notte Amanda e Raffaele non basta a dire che siano gli autori dell’omicidio di Meredith. E del resto, chiosano i giudici nell’ultima pagina, «l’ordinamento non consente di tenere un innocente in carcere». Meglio un colpevole fuori.
Dubbio minimo Ma nelle 143 pagine di motivazioni della sentenza di assoluzione, il dubbio che Amanda e Raffaele siano colpevoli è davvero minimo. I giudici togati della Corte d’Assise d’Appello di Perugia non risparmiano nessuno. Ne hanno per i colleghi di primo grado rei d’aver ricostruito i fatti «con il criterio probabilistico», per l’accusa che non avrebbe dato il giusto peso al criterio «dell’al di là di ogni dubbio», e per i poliziotti che il 6 novembre 2007 interrogarono Amanda Knox in questura con «interrogatori ossessivi», sottoponendola a una forte «pressione».
Lumumba Che in qualche misura provocarono l’accusa della Knox a Patrick Lumumba. Che non necessariamente, precisano i giudici in sentenza, deve essere collegata all’omicidio come sostiene invece l’accusa. Anzi, per la corte d’assise d’appello, se Amanda Knox fosse realmente stata presente all’omicidio avrebbe indicato il colpevole vero. E non uno che non aveva nulla a che fare. L’accusa su tale passaggio, ha avuto e avrà molto da ridire.
Le parole di Guede Così come per il punto in cui i giudici dicono che Rudy Guede non ha mai indicato gli ex fidanzati come gli assassini di Meredith. Per loro infatti l’ivoriano condannato a 16 anni ha solo espresso un suo pensiero. Non ha mai detto ‘ho visto Amanda e Raffaele uccidere Meredith. Non solo. Lui è sicuramente colpevole, perché in quella casa c’era. E, nonostante la dichiarata impossibilità della Corte di ricostruire cosa sia successo quella notte in via della Pergola, al di là della colpevolezza e innocenza di Amanda e Raffaele, in realtà lo fanno.
Il furto Dicono che il concorso di più persone nel reato non è provato da nulla. E che il furto simulato in camera della coinquilina italiana di Amanda e Meredith potrebbe non essere affatto simulato. Anzi, scrivono nelle motivazioni che Rudy era già entrato in case altrui per derubare rompendo i vetri con un sasso. Quindi se Rudy poteva essere animato anche volendo da un doppio movente, sessuale e legato al furto, Amanda e Raffaele per i giudici non avevano alcun motivo per unirsi a lui e uccidere Meredith.

E io sono babbo natale….