Maria Rita Lorenzetti

di Maurizio Troccoli

Non ci sarà un processo per gli ex dirigenti del ministero delle Infrastrutture Ercole Incalza e Giuseppe Mele, mentre sull’inchiesta Tav, relativa al cantiere dello snodo ferroviario dell’alta velocità Firenze, si celebrerà un processo per l’ex presidente dell’Umbria Maria Rita Lorenzetti. Anche se in una posizione allegerita visto che sono venute meno alcune imputazioni. Lorenzetti, in particolare, è stata prosciolta, insieme ad altri, perché il fatto non sussiste, dalle accuse di corruzione, falso e abuso d’ufficio su episodi relativi a presunte ‘pressioni’ per ottenere autorizzazioni ai lavori.

Lorenzetti Contattata telefonicamente a Umbria24 l’ex presidente della Regione Umbria ha commentato: «Senza dubbio rimane il rammarico per non avere chiuso anzitempo tutta la vicenda visto che gli aspetti principali dell’inchiesta sono venuti meno. Non nascondo tuttavia la soddisfazione per il fatto che l’intero quadro di accusa si è sgonfiato e anche in maneira significativa. Sono innanzitutto serena perchè consapevole di avere agito sempre nell’interesse dello stato, in tutti gli anni in cui ho ricoperto cariche pubbliche. E sono anche fiduciosa – ha concluso Lorenzetti – di riuscire a dimostrare, durante il processo, quell’altra piccola parte che resta da chiarire ai giudici, rispetto all’assoluta correttezza dei miei comportamenti».

IL CASO LORENZETTI-TAV

Venti a giudizio Si è pronunciato giovedì il giudice dell’udienza preliminare che ha rinviato a giudizio venti tra imprenditori professionisti e tecnici, tra cui la Lorenzetti, per i fatti accaduti mentre ricopriva il ruolo di presidente dell’Italferr. «Restano 20 persone imputate su 33 per cui la procura aveva chiesto il giudizio, e sei società, tra cui Nodavia, Coopsette, Seli», scrive il Corriere Fiorentino. L’ex presidente della giunta regionale era stata accusata, a vario titolo e unitamente agli altri imputati, di traffico illecito di rifiuti e associazione a delinquere finalizzata a corruzione, frode e truffa. Secondo l’accusa avrebbe operato «mettendo a disposizione le proprie conoscenze personali, i propri contatti politici e una vasta rete di contatti grazie ai quali era in grado di promettere utilità ai pubblici ufficiali avvicinati, nell’interesse e a vantaggio della controparte Novadia e Coopsette, (che si sono aggiudicate l’appalto, ndr) da cui poi pretendeva favori per il marito nell’ambito della ricostruzione dell’Emilia». Ma gran parte del castello accusatorio è stato smontato dal gup.

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