Un camion per la raccolta

Il tribunale del Riesame ha disposto il dissequestro quasi totale dei 20 milioni tra denaro, beni e valori di Gesenu su cui erano scattati i sigilli nel novembre 2016 su richiesta del pm Valentina Manuali della Dda di Perugia nell’ambito dell’inchiesta Spazzatura d’oro, ora in fase di udienza preliminare. La notizia è stata riportata dal Corriere dell’Umbria. Già nel 2016, comunque, il Riesame aveva parzialmente accolto il ricorso degli avvocati Francesco Falcinelli e Dario Buzzelli, che rappresentano Gesenu, procedendo al dissequestro di 19 dei 20 milioni, ma il pm Manuali aveva fatto ricorso in Cassazione, coi giudici che avevano annullato la decisione, ritenendo «errata la scelta dei criteri adottati dal collegio per l’individuazione delle dimensioni del profitto ingiusto» e invitando i giudici del Riesame a disporre «un calcolo più puntuale delle somme eventualmente derivanti da pratiche illecite». A seguito della perizia, il 2 gennaio scorso i giudici (presidente Narducci, a latere Cataldo e Avella) hanno depositato la decisione riportata sabato dai quotidiani.

Dissequestrati 20 milioni In particolare, secondo il tribunale della Libertà «l’attività svolta da Gesenu non può essere considerata interamente illecita», con il gestore dei rifiuti nell’Ato 2 che «ha sostanzialmente adempiuto la propria obbligazione contrattuale con i Comuni con la conseguenza che deve essere esclusa, nella quasi totalità, la configurabilità del delitto di truffa contestato». Nel provvedimento del Riesame emerge che «la società non ha falsificato i codici Cer dei rifiuti in entrata, non ha illecitamente miscelato i rifiuti urbani con quelli speciali, non ha falsificato i codici Cer dei rifiuti in uscita da Ponte Rio, ha effettuato la biostabilizzazione sull’intera produzione effettivi di Forsu (frazione organica del rifiuto solido urbano) e ha prodotto compost nella quantità ottenibile dal materiale organico prodotto dalla raccolta differenziata». Secondo le conclusioni del perito «solo l’attività di biostabilizzazione fatturata ha provocato un indebito arricchimento della società per 366.208,90 euro». In questo senso i giudici hanno deliberato «in accoglimento parziale dell’appello proposto nell’interesse di Gesenu dispone la riduzione del sequestro preventivo per equivalente fino alla concorrenza di euro 20.947.683 già ridotta a a 19.347.979 alla minor somma di 366.208.90 euro». E «ordina la restituzione alla società di somme e beni sequestrati».

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