di Daniele Bovi
Dovrà restituire oltre 183 mila euro l’infermiere che ha portato in sala operatoria un farmaco sbagliato, provocando la cecità da un occhio di quattro pazienti nello stesso giorno. A stabilirlo è stata la Corte dei conti con una sentenza pubblicata nelle scorse ore; assolta, invece, l’ex caposala che era stata citata in giudizio dalla Procura contabile insieme all’infermiere.
L’UDIENZA E LA POSIZIONE DELLE DIFESE
La vicenda Gli episodi si erano verificati all’ospedale di Spoleto il 16 maggio del 2015. La grave menomazione è stata causata dall’inserimento nel facoemulsificatore (uno strumento utilizzato proprio per interventi alla cataratta) di bicarbonato di sodio al posto della «soluzione salina bilanciata a uso oftalmico». A due pazienti l’Usl Umbria 1 ha dovuto versare 135 mila euro ognuno, al terzo 115 mila e al quarto 165 mila. Secondo quanto ricostruito, l’infermiere aveva preso nell’armadietto di una stanza un farmaco al posto di un altro; il problema è che le confezioni erano pressoché identiche e che qualcuno aveva riposto quella sbagliata lì. Inoltre, solo nel gennaio 2017 l’ospedale si è dotato di un protocollo ad hoc per la gestione dei farmaci Lasa, quelli cioè che possono essere facilmente confusi.
La condanna Nella sentenza la magistratura contabile riconosce che l’infermiere è stato tratto in inganno «dall’errato posizionamento (a lui verosimilmente non addebitabile) nell’armadietto da cui lui attingeva i farmaci per le operazioni oftalmiche, di un farmaco diverso e non destinato all’oculistica». L’uomo però avrebbe comunque dovuto accorgersi che la sostanza non era la stessa: «Se vi fosse stata la dovuta diligenza – scrive la Corte – avrebbe posto rimedio agli errori precedenti e l’evento lesivo della cecità a un occhio dei quattro pazienti non si sarebbe verificato».
La sentenza Per quanto riguarda l’ex caposala la Corte non ravvisa alcuna responsabilità non avendo «fornito alcun apporto causale, né in termini attivi (considerato che non era neppure in ospedale al momento del fatto), né in termini omissivi – sostiene la magistratura contabile – perché non è ragionevole attribuirle una responsabilità da mancata adozione di misure atte a scongiurare la confusione tra i farmaci Lasa, trattandosi di adempimento che spettava in realtà a organi aziendali investiti di un più alto livello di responsabilità».
Convitati di pietra Una bacchettata in tal senso la Corte la riserva proprio a quella che allora era l’organo dirigenziale che ha anche fatto parte, «con evidenti profili di incompatibilità», della commissione disciplinare che ha sanzionato l’infermiere e l’ex caposala, nonché alla responsabile del blocco operatorio; nessuna delle due figure però è stata citata in giudizio dalla Procura. Quest’ultima aveva chiesto la condanna a un risarcimento di 550 mila euro: troppo per i giudici secondo i quali un terzo della cifra andrebbe addebitata all’Azienda sanitaria e un altro terzo all’infermiera che ha materialmente sistemato i farmaci nell’armadietto, prosciolta in sede disciplinare e, anche lei, non citata in giudizio.
