di Daniele Bovi

Ammonta in tutto a 550 mila euro la cifra chiesta alla caposala e a un infermiere del pool di sala operatoria dell’ospedale di Spoleto dove, nel maggio 2015, quattro pazienti sono rimasti ciechi da un occhio a causa di altrettanti interventi programmati di cataratta eseguiti male. I casi sono stati discussi mercoledì davanti alla Sezione giurisdizionale della Corte dei conti dell’Umbria, presieduta da Piero Carlo Floreani.

La vicenda La grave menomazione è stata causata dall’inserimento nel facoemulsificatore (uno strumento utilizzato proprio per interventi alla cataratta) di bicarbonato di sodio al posto della «soluzione salina bilanciata a uso oftalmico». A due pazienti l’Usl Umbria 1 ha dovuto versare 135 mila euro ognuno, al terzo 115 mila e al quarto 165 mila. Tutti gli interventi sono stati effettuati il 15 maggio del 2015, quando l’infermiere ha preso nell’armadietto di una stanza un farmaco al posto di un altro; il problema è che le confezioni erano pressoché identiche e che qualcuno aveva riposto quella sbagliata lì.

L’accusa Secondo le tesi della Procura contabile l’infermiere aveva comunque il dovere di verificare «con massima attenzione e diligenza» quale farmaco si stava utilizzando mentre alla caposala, visto il ruolo, è stata imputata una mala gestio per quanto riguarda l’organizzazione e la conservazione dei farmaci. Il grave incidente è avvenuto – fatto sottolineato a più riprese dagli avvocati Lietta Calzoni e Massimo Marcucci, legali dei due imputati – quando l’ospedale non si era ancora dotato del protocollo (arrivato solo nel gennaio 2017) che spiega nel dettaglio come vanno gestiti farmaci che possono essere facilmente confusi. «Anche se il documento è stato adottato dopo però – ha detto la Procura – questo non esclude la responsabilità dei due conventi, dato che il pericolo di scambiare i farmaci rappresenta un problema noto».

Le difese La caposala attraverso il suo avvocato ha spiegato in primis che lei non era presente in sala operatoria e che «ci sono dei convitati di pietra», persone «che hanno avuto un ruolo diretto ma che non sono state chiamate in giudizio». «Chi ha posto il flacone in quell’armadio – ha chiesto Calzoni – in modo totalmente improprio?». E poi perché non è stata chiamata a rispondere anche l’equipe medica? Per il legale inoltre la mancanza del protocollo «non è un dettaglio» dato che «il rischio clinico va gestito dai vertici aziendali e delle strutture, non da infermieri o dalla caposala. È stato coinvolto l’ultimo anello di una lunga catena di errori». Calzoni ha infine ricordato che i flaconi erano «totalmente identici», che con il protocollo sarebbero statti invece riconoscibili e che l’infermiere può vantare 38 anni di esperienza e oltre 30 mila interventi.

Cifre spropositate «Siamo sorpresi – gli ha fatto eco l’avvocato Marcucci – perché dal processo sono state eliminate persone che, invece, avrebbero dovuto esserci. Possiamo dire che non c’è stata massima attenzione, questo sì, ma ciò può bastare per parlare di colpa grave?». L’Ufficio per i procedimenti disciplinari viste le molte attenuanti ha inflitto ai due appena un giorno di sospensione, motivo per cui i due legali giudicano spropositate le cifre richieste chiedendo quindi l’assoluzione dei due o, in subordine, una riduzione dell’addebito. La sentenza arriverà nelle prossime settimane.

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