La piazza deserta del piccolo borgo della Valtopina (Foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

Albertina abitava in una delle case che si affacciano sulla piazzetta di Giove, e i suoi ricordi sono stati prima terremotati e poi transennati. «Stamo qui e nun potemo entrà dentro le case». Sono 14 anni che Albertina Menichelli, che di primavere sulle spalle ne ha 84, ripete le stesse parole riferendosi alla sua casa a poche centinaia di metri di distanza dal container che la ospita dal 1997. Vicino al finto paese di latta infatti c’è il borgo fantasma di Giove, 55 case poste interamente sotto sequestro dalla guardia di finanza di Foligno che, insieme alla procura di Perugia, contesta al direttore dei lavori e al progettista truffa e violazione delle norme antisismiche. Una specie di paese del vecchio West abbandonato ma apparentemente tirato a lucido, ricostruito e circondato dal nastro bianco e rosso della guardia di finanza. La sintesi dello stato dell’arte la fa Albertina a modo suo: «Hanno fatto più danni quelli che hanno fatto i lavori che il terremoto».

LA VIDEOINCHIESTA TRA GLI ABITANTI DI GIOVE

Albertina Menichelli fuori dal container che la ospita da 14 anni (Foto Troccoli)

Quattordici inverni «Qui – spiega Valentina Armillei, presidente del comitato pro Giove – sono riusciti ad ottenere un maxicontributo di otto miliardi di lire che secondo me è sproporzionato rispetto ai danni fatti dal terremoto». Nonostante i 14 inverni passati tra quattro pareti di latta in uno spiazzo tra Nocera e il nulla, mercoledì mattina qualche sorriso compare sui volti di questa gente dignitosa: «Ci hanno dato ragione – dice la signora Oriana Galli – e oggi siamo contenti». Da settanta che erano nel 1997, gli abitanti di Giove tra morti e tra chi ha deciso di andarsene ora sono una quarantina. Ma non a tutti i nastri bianchi e rossi della finanza hanno messo allegria. Nel borgo infatti c’è tensione. Troppe telecamere, troppi taccuini ma soprattutto troppi anni fuori da casa per poi scoprire, a un metro dal traguardo, che è tutto da rifare. Tra i pochi abitanti sparsi qua e là alcuni non hanno appoggiato la lotta di Valentina Armillei, ovvero la donna che da oltre dieci anni denuncia tutto ciò che secondo lei non ha funzionato nel corso della ricostruzione.

L'interno di una delle case di Giove fotografato da Umbria24.it nel mese di maggio (Foto F.Troccoli)

I veleni del paese «Nessuno, né le istituzioni né i politici – dice la Armillei – dovranno ora cavalcare la nostra vicenda perché nessuno è stato dalla nostra parte: sono riusciti solo a sbatterci la porta in faccia». Nel paese circolano veleni, c’è chi dice che chi non ha protestato è amico del sindaco, o del presidente del consorzio o, ancora e più semplicemente, che volevano solo una casa e al più presto. In qualsiasi condizione. E invece gli anni di lotta hanno portato ai nastri della finanza e all’apertura di un fascicolo alla procura di Perugia. Quelle case, dicono i finanzieri, non si possono abitare perché sono pericolose: in pratica, quello che la Armillei va predicando (e documentando) da anni trovandosi però di fronte «un muro di gomma. Anzi, di cemento armato». Eppure, girando con Valentina per il borgo, ogni tanto volano maleparole nei suoi confronti. Un vecchietto, mentre lei concede una delle tante interviste alle telecamere, cerca di acchiappare un piccolo cane passando sempre vicino a Valentina: «Fanno così – dice -: fanno i dispetti».

La finanza ha apposto i sigilli in tutto il piccolo borgo

Ci siamo fidati Giove è un posto duro e tosto, e a tratti sembra essere uscito dalla penna di Verga. La sua gente, o almeno gran parte di essa, è arrabbiata e si sente ingannata. C’è chi, come Remo Armillei, si è visto abbattere la casa «senza però firmare – dice a Umbria24.it – l’ordinanza di abbattimento. La mia firma non c’è da nessuna parte e ancora aspetto di capire chi è stato il responsabile». Una storia simile a quella di Oriana Galli: «La nostra casa – dice – era stata fatta da mio marito a norma di leggi antisismiche. Era solidissima eppure l’hanno buttata giù». Nei container, i tre fratelli Menichelli, Maria Antonia, Albertina e Sergio, 88, 84 e 83 anni, negli anni scorsi hanno firmato, senza leggerlo, un documento che li ha inchiodati tra le lamiere: «Ma che rinuncia alla casa – spiegano – noi credevamo di firmare l’accettazione della casetta di legno. Perché non abbiamo letto il foglio? Ci siamo fidati di loro».

L'eternit «smaltito» in una discarica a pochi passi dalle case di Giove (Foto F.Troccoli)

Uil: dov’erano le istituzioni? Nel silenzio dei partiti arriva la Uil che, tramite il segretario regionale della Feneal, punta il dito contro le istituzioni locali: «Regione, Province e Comuni – dice – avrebbero dovuto effettuare controlli precisi e dettagliati sui lavori post sisma attraverso le apposite commissioni costituite, ma non hanno svolto a dovere il loro compito. I controlli nei cantieri sono stati scarsi o addirittura inesistenti. Ci chiediamo: dove erano le apposite commissioni mentre questi lavori andavano avanti? E quanti casi analoghi a questo di Giove verranno fuori in futuro? La vicenda del borgo della Valtopina è anche la conseguenza diretta della scelta sbagliata di accettare, nella fase di ricostruzione, tutte le imprese che venivano da fuori regione, che si presentavano alle gare di appalto con offerte al massimo ribasso, garantendo quindi una basso costo ma anche una scarsa qualità del lavoro».

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