Il questore di Perugia, Francesco Messina

di Enzo Beretta

«Una provincia accogliente con un alto grado di civiltà». Con queste parole il questore Francesco Messina descrive Perugia. Immigrazione, terrorismo, droga. I fronti aperti della questura.

Questore, quali problemi ha riscontrato durante queste prime settimane a Perugia?
«La realtà locale non è eccessivamente problematica pur avendo punti di criticità. Ciò che mi ha colpito di questo posto è la sensibilità dei perugini alle condizioni della sicurezza. Qualche anno fa questa terra era una sorta di paradiso ma oggi, come in tutte le altre città, non si possono più dimenticare le chiavi sulla porta. Inevitabilmente l’evoluzione della società ha portato con sé una quota di criminalità ma il tessuto sociale è sano e il problema di infiltrazioni criminali non è così pronunciato».

Inchieste giudiziarie ce ne sono state e hanno portato a rinvii a giudizio.
«Ci sono piuttosto fenomeni di microcriminalità collegati al tipo di dinamiche sociali. Penso al traffico di droga, all’offerta corrisponde una domanda. Hashish e marijuana alimentano un discreto mercato ed è un fatto connesso alla strana idea della non illiceità di questi comportamenti».

Lo smercio di droghe leggere quanto riguarda i giovani?
«In maniera importante. Purtroppo temo ne venga sottovalutata la pericolosità. L’elevata domanda rende più difficile il contrasto. Qui lo spaccio è protetto dalla forte presenza di extracomunitari che in certi luoghi fanno da barriera all’illegalità».

In quali luoghi?
«A Fontivegge stiamo portando risultati importanti. Considerata la costanza della domanda non mi meraviglierei se il problema ce lo ritrovassimo in un altro quartiere. Le piazze di spaccio cambiano di continuo, i pusher rifuggono dalla polizia e insisteremo con interventi chirurgici. Però mettiamoci in testa una cosa: Disneyland non esiste e il problema dello spaccio non si risolverà mai definitivamente».

E’ attorno al narcotraffico di eroina e cocaina, però, che ruotano i maggiori interessi economici.
«Non c’è dubbio. Da un punto di vista scientifico chi ricorre a una droga leggera aumenta il rischio di cadere nella trappola del policonsumo. Perciò incidiamo oggi sui consumi di marijuana per ridurre la richiesta di droghe pesanti domani. I livelli di spaccio sono diversi, per la polvere ci vogliono i soldi e spesso è il pusher di fiducia che consegna a domicilio ai professionisti. Nell’immediato dobbiamo fermare lo spaccio di piazza che produce disordine, paura, insicurezza».

Populismo e social-network: quanto influiscono sulla percezione della sicurezza?
«Più che di populismo però parlerei di sensazionalismo. Condivido le teorie del sociologo Mario Morcellini pubblicate ne La fabbrica della paura. Il cittadino, prima con i quotidiani e oggi anche coi giornali online, subisce l’influenza dell’informazione. Questo non vuol dire che i giornali debbano avere il bavaglio, assolutamente no, la stampa è libera ed è uno dei cardini della democrazia, ma noi dobbiamo adottare sistemi per incidere tenendo conto delle libere scelte delle testate. E’ un problema etico di chi fa informazione come dare una notizia. Sapremo essere flessibili al cambiamento, nel 2016 è impensabile andare avanti con statistiche e percentuali. Alla gente non basta sapere che i reati diminuiscono, incideremo sulla sicurezza percepita oltre che su quella reale perché garantire sicurezza in una società complessa non significa più soltanto prevenzione e repressione dei reati».

Durante il primo incontro con i giornalisti ha sottolineato l’importanza del ruolo del cittadino.
«Perché sono convinto che fare rete con la gente sia davvero la differenza. E’ opportuno coinvolgere tutti quanti nel progetto, non solo attori pubblici come il prefetto, il questore o il sindaco, per citarne alcuni, ma anche la società civile. Il cittadino che partecipa attivamente mediante il proprio contributo riceve risposte in tempo reale. E ciò va di pari passo con i servizi, le indagini e gli arresti, tutte cose di cui ci occupiamo noi».

Sinergia. Polizia ed esercito come possono lavorare insieme?
«In certe realtà la presenza fisica dell’uniforme è fondamentale. Penso a Caserta, da dove vengo, polizia e magistratura hanno lavorato bene e certe finestre aperte con l’arresto dei Casalesi dovevano essere sfruttate per rioccupare militarmente il territorio occupato dalla malavita. La gente doveva capire che lo Stato si era riappropriato di quel territorio».

E qui?
«In Umbria lo Stato non deve rimpossessarsi di nessun territorio perso e in più a Perugia il sistema sicurezza è tarato in maniera eccellente. L’esercito viene impiegato nell’emergenza-terremoto. Se una realtà non ha caratteristiche particolari i militari possono sgravare le forze dell’ordine da attività come la vigilanza di obiettivi sensibili».

Fronte terrorismo.
«E’ un fenomeno che crea allarme sociale. In alcune città d’Europa abbiamo toccato con mano gli effetti del fondamentalismo islamico ma la Digos ha un grande know-how. Espellere soggetti in fase di radicalizzazione è un’attività preventiva, dal punto di vista repressivo mi sento di rassicurare i cittadini perché l’attenzione è elevatissima. Anche sui luoghi di culto, non tanto quelli ufficiali – abbiamo ottimi rapporti di collaborazione con gli imam – quanto quelli occulti. In anonimi garage possono predicare soggetti che spingono per la radicalizzazione di stranieri non perfettamente integrati. In Italia però non soffriamo il problema delle seconde generazioni come in Belgio, Inghilterra, Francia o Germania».

Anche giovanissimi soffrono problemi di isolamento…
«Avvertiamo l’esigenza di controllare luoghi strategici come le carceri, il web, dove possono nascondersi foreign fighters. E’ un’attività informativa di altissimo livello anche il monitoraggio della rete, vetrina e deriva dei jihadisti appartenenti all’Isis».

Quali inchieste vengono portate avanti in provincia?
«Teniamo sott’occhio una realtà ricca che fa gola per chi intende fare affari. I segnali sulle infiltrazioni della criminalità organizzata sono stati subito percepiti. La Procura, con Luigi De Ficchy in primis, è sensibile su questo punto. In questo meccanismo si nascondono i rischi della corruzione, e dei reati contro la Pa, oltre che i tentativi di infiltrazione. L’esperienza del prefetto Raffaele Cannizzaro è maturata in altre città d’Italia ed è fondamentale. La squadra del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica è forte e ci sono figure di primo piano in grado di valutare le minacce».

Capitolo immigrazione: l’Umbria è una regione accogliente?
«Riconosco la grande sensibilità degli umbri sul fenomeno immigrazione, la percentuale di gente superficiale che strumentalizza la sofferenza di queste masse – parliamo di veri e propri spostamenti di persone dall’Africa continentale – è minima. L’Umbria è un territorio che accoglie e dà dignità e alla polizia spetta il compito di tutelare la sicurezza monitorando e gestendo i flussi migratori. L’equazione immigrato-delinquente non vale e non è mai valsa. Ci sono tanti soggetti onesti venuti in Italia per lavorare o scappare da situazioni disumane nei loro Paesi. Dietro ai numerosi extracomunitari di Fontivegge si cela un sottobosco di connazionali che delinquono? Non interverremo mai nei confronti dei primi solo perché hanno lo stesso colore di pelle dei secondi. Il Dipartimento ha fatto una scelta precisa: l’immigrato è giustamente considerato una risorsa. Quando delinque cessa di esserlo e, come avviene per gli italiani, diventa oggetto di investigazione e risponde davanti alla legge. In provincia di Perugia il fenomeno è sotto controllo, vedo accoglienza, tolleranza e solidarietà. Nei giorni scorsi si è insediato al comando provinciale dei carabinieri il mio amico colonnello Paolo Piccinelli e sono felice di collaborare con lui nello scambio di informazioni per stroncare queste attività illecite».

I dinieghi ai richiedenti asilo incidono?
«E’ un settore importante e delicato dove si giocano i destini di famiglie e di gente che soffre. Bisogna leggere bene i fenomeni senza strumentalizzarli. E non dimentichiamoci mai che cento anni fa anche noi siamo stati migranti economici».

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One reply on “Droga, immigrazione, terrorismo. I fronti aperti della polizia. Il questore Messina: «Tutti insieme per il bene di Perugia»”

  1. non è percezione la poca sicurezza è realtà!!!!!!!anche noi eravamo e siamo ancora migranti(((cervelli in fuga))))) ma non c’era invasione , mantenimento e diritti come ora in italia!!!

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