di Francesca Marruco
Ha pianto quando ha dovuto indicare quello che doveva diventare suo marito ed è uscita piangendo dall’aula del tribunale di Perugia, Mariana Perdoda, la prostituta albanese indagata per concorso in associazione a delinquere e tentata rapina. Quella che costò la vita a Sergio Scoscia e Maria Raffaelli, madre e figlio trucidati da tre rapinatori albanesi che per cercare di farsi dire dove custodivano l’oro non hanno esitato a massacrare l’uomo a martellate. I tre uomini arrestati fino ad ora hanno reso dichiarazioni contraddittorie in cui di fatto, l’uno scarica le responsabilità sull’altro. Anche per questo è stato chiesto l’incidente probatorio.
L’incidente probatorio Venerdì mattina davanti al gip Lidia Brutti, che ha accolto l’istanza di incidente probatorio presentata dal pm titolare dell’indagine Claudio Cicchella, hanno sfilato tutti gli attori di questa tragica storia. Mariana Perdoda, la donna che messa alle strette dalle stringenti contestazioni di polizia e procura confessò di aver pianificato il furto insieme al fidanzato, Mihaela Otta, un’altra prostituta anche lei informata dei fatti e soprattutto i tre albanesi in carcere con l’accusa di duplice omicidio volontario aggravato e associazione per delinquere finalizzata ai furti e alle rapine. Si tratta di Artan Gioka (detto Anton) di 24 anni, Ndrec Laska (detto Andrea) di 28 e Alfons Gjergji di 27 anni. Accanto a loro, i loro legali Bruna Pesci, Daniela Paccoi, Luca Maori e Claudio Caparvi. Non hanno voluto partecipare invece i parenti delle vittime, per loro c’era l’avvocato Alessandro Vesi.
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Le tre versioni I tre uomini fino ad ora hanno dato versioni che non coincidono: Artan Gioka, il fidanzato della Perdoda sostiene di aver solo accompagnato Laska Ndrec e Alfons Gjergji al casolare degli Scoscia e di averli aspettati fuori. La sua versione è in parte confermata da Laska. Ha detto infatti che Artan rimase fuori mentre lui e Gjergji entrarono in casa. Ma una volta dentro, fu Gjergji a uccidere Scoscia e l’anziana madre perché ubriaco. Gjergji, che secondo gli altri era venuto da Roma appositamente per la rapina, dice invece che lui rimase a dormire in macchina quella notte e che venne a Perugia a prendere Laska per accompagnarlo in aeroporto a Fiumicino perché doveva rientrare in Albania per Pasqua.
Il racconto dell’assassino Ecco cosa racconta Ndrec Laska al pm il tre dicembre scorso, dopo essere stato estradato dall’Albania: «Quando siamo entrati in casa le persone stavano dormendo. Anton è rimasto fuori perché c’era la possibilità che il padrone di casa lo riconoscesse. Il martello lo aveva Alfons. Una volta entrati ci siamo messi a cercare in tutte le camere la scatola di cui ci aveva detto Anton. Stavo cercando la cassaforte e si è alzato l’uomo. Nel momento in cui si è alzato si è aggrappato a me e ha cercato di immobilizzarmi, io stavo cercando di andare via e in quel momento Alfons lo ha colpito col martello. L’uomo ha urlato ed è arrivata la signora. Alfons l’ha legata. Il nostro obiettivo non era quello di fare del male, nel laboratorio siamo entrati dopo l’omicidio. Alfons dopo la signora ha legato anche l’uomo, poi io sono andato nelle altre stanze e lui è rimasto con loro. Quando sono tornato ho slegato la signora perché mi ero accorto che non stava bene, però da quel momento non si è mossa più e ho capito che è morta. Ricordo che Alfons ha colpito l’uomo ai piedi, anche sulla schiena. Il primo colpo glielo ha dato quando mi ha afferrato, poi una volta uscito dalla camera non so se lo ha colpito altre volte. Quando sono rientrato nella stanza, i corpi erano vicini al letto, l’uomo era rivolto a pancia sotto, io l’ho girato al contrario. Quando siamo usciti ho raccontato ad Anton che Alfons aveva fatto un disastro».
Il ruolo chiave della donna La Perdoda, da mesi sottoposta alla misura cautelare del divieto di espatrio, è stata una figura chiave del delitto prima e delle indagini poi. E’ lei che ha innescato una sequela di eventi che hanno portato all’uccisione di Sergio Scoscia e dell’anziana madre Maria Raffaelli. E’ lei che disse al fidanzato che Sergio Scoscia lavorava ancora l’oro e doveva averne molto in casa. E’ sempre lei che poi con le sue confessioni fornisce l’appoggio che serviva al pubblico ministero Claudio Cicchella per chiedere gli arresti degli assassini.
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I riconoscimenti Venerdì mattina in aula, protetta da un vetro in modo che gli indagati non potessero vederla, li ha dovuti riconoscere. E lo ha fatto, tra le lacrime, ma senza alcuna esitazione per tutti e tre. Stesso copione per l’altra donna, che ha fatto lo stesso solo con Laska e Gioka, visto che il terzo non lo aveva mai incontrato. Poi entrambe hanno nuovamente testimoniato davanti alle parti. Protette da un paravento non hanno mai guardato in faccia i tre albanesi. E adesso le loro dichiarazioni, e il fatto che hanno riconosciuto i tre uomini, diventeranno prove nel processo che si celebrerà.
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Udienza aggiornata Intanto si torna in aula martedì 5 febbraio per ascoltare due degli indagati accusati di omicidio. Stavolta toccherà a loro rispondere al fuoco incrociato delle domande di accusa, giudice e difesa. E forse, in quella occasione magari, opteranno per un racconto meno inverosimile. O continueranno sulla strada delle versioni diverse. Contro di loro esiste un castello di accuse che, confessioni o meno, può reggere a qualsiasi urto. E l’analisi dei loro Dna, che verranno confrontati con quello repertato nel casolare del delitto in sede di incidente probatorio, potrebbe renderlo ancor più inattaccabile.
