Nel riquadro Sergio Scoscia

di Francesca Marruco

Volevano farla franca dopo aver torturato Sergio Scoscia senza aver raggiunto il loro scopo di farsi dire dove si trovava il suo tesoro d’oro e pietre preziose. Per questo potrebbero aver ucciso l’ex orafo. Per questo sono scappati in Albania la mattina dopo il duplice omicidio. Per questo hanno spento le schede telefoniche usate fino all’evento irreparabile. Ma questi elementi, insieme ad altri dati e testimonianze, come quella di una donna che ha visto un’auto scura fuori dal casolare degli Scoscia la notte del delitto,  hanno fatto si che gli investigatori si concentrassero proprio su di loro. Il gip Lidia Brutti nell’ordinanza di custodia cautelare con cui sono stati arrestati tre giovani albanesi per l’efferato duplice delitto di Cenerente ripercorre tutte le fasi dell’indagine.

Le schede telefoniche «La pg – scrive il gip – ha individuato tutte le utenze utilizzate dal Gioka durante la sua permanenza in Italia. Emergeva che tali utenze, nei giorni precedenti ai delitti oggetto d’indagine avevano agganciato le celle che servono la zona ove è ubicata l’abitazione delle vittime». Un sopralluogo era stato fatto la sera del 3 aprile dalle 21.02 alle 21.33 da Gioka e Laska sulla casa da rapinare. «Le stesse celle – precisa il giudice – avevano smesso di produrre traffico a partire dal sette aprile, in concomitanza con la partenza di Gioka per l’Albania».

La Ford Focus Poi dal telefono di Gioka gli inquirenti hanno isolato il numero di Laska Andrec e da questo, a sua volta, quello di Gjergji Alfons. Tutti e tre avevano agganciato la cella di Cenerente. In più una testimone ha visto una Ford Focus grigio scuro fuori dal cancello del casolare intorno all’una e trenta di notte. La stessa auto con cui Gjergji  avrebbe recuperato i suoi due complici al cantiere dopo il delitto. Dove sono arrivati dopo aver lasciato tracce a terra.  La stessa auto su cui viaggiava quando a Roma venne fermato dalla polizia che ci trovò nascosti  un piede di porco, dei guanti di lattice e un cacciavite. Quella con cui è arrivato appositamente per rispondere alla chiamata dei suoi connazionali.  Per rapinare una casa in cui doveva esserci un bottino ingente. Invece hanno trovato un uomo che pur di non svelare loro dove fosse, si è lasciato torturare fino alla morte.

Una delle impronte reperate fuori da casa degli Scoscia

Omicidio non premeditato «L’efferatezza delle modalità di esecuzione –  scrive il giudice –  consente di ritenere la volontarietà degli eventi mortali, specie nei confronti dello Scoscia, nei confronti del quale i malviventi hanno infierito con tale violenza da rendere palese l’intenzione di uccidere, verosimilmente determinata dal proposito, maturato a seguito della drammatica evoluzione degli accadimenti, di garantirsi l’impunità. Non può escludersi, invero, che Sergio Scoscia, nel corso della rapina, potesse aver riconosciuto taluno dei malviventi».

Intenzioni violente Per il gip che parla di quadro indiziario «grave e concordante» e di «reale pericolo» che i tre arrestati scappino o che reiterino il reato, pur non essendo un omicidio «non premeditato», è comunque «la conseguenza voluta delle modalità esecutive attraverso le quali la rapina è stata realizzata. La Raffaelli, 80 anni, era stata immobilizzata con l’utilizzo di una tenda intorno al collo che provocava una forte compressione. Questo “insieme alla condizione di estrema paura indotta nella vittima, hanno veramente avuto un effetto determinante nella causazione del decesso dell’anziana donna, per scompenso cardio respiratorio acuto».

La violenza  contro Sergio «Le medesime considerazioni valgono – sottolinea il gip -, a maggior ragione nei confronti dello Scoscia, dapprima immobilizzato con l’utilizzo di cinte di cuoio e imbavagliato con del nastro adesivo, poi ripetutamente colpito con il martello in varie parti del corpo e sottoposto ad una azione costrittiva sul collo».

Fuga e responsabilità «Pur non essendo delineabili, allo stato – scrive il gip – gli specifici ruoli svolti da ciascuno dei tre uomini nella fase esecutiva delle azioni criminose, è indubbio il loro coinvolgimento nella realizzazione della rapina, tanto nella fase progettuale, quanto in quella attuativa». Ed è indubbio che hanno cercato di salvarsi scappando dall’Italia la mattina successiva al duplice omicidio, spegnendo per sempre le schede telefoniche che usavano prima dell’omicidio e comunicando con l’Italia con tantissime cautele.

La paura Si perché mentre erano in Albania, Gioka Artan si informava su cosa stesse accadendo a Perugia, a che punto fossero le indagini. Perché aveva paura di essere preso. Nonostante fosse fuggito via aveva paura che gli investigatori, che non hanno mollato un istante, sarebbero arrivati a lui. E infatti così è stato. Entro breve arriverà in Italia insieme al suo complice Laska Ndrec, dove affronteranno un processo per duplice omicidio.

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