«Barbara non è una vittima di mafia, questa pressione su di me è solo per il mio cognome» e ancora «per me lei non è morta». Queste alcune parole del marito Roberto Lo Giudice in una lunga intervista rilasciata al giornalista Klaus Davi a pochi giorni dalla nuova inchiesta, la terza, aperta dalla Procura di Terni a sedici anni dalla scomparsa di Barbara Corvi, la 35enne di Amelia di cui non si hanno più notizie dal 27 ottobre 2009. Il marito e il cognato di Barbara Corvi, ossia Roberto e Maurizio Lo Giudice, sono nuovamente indagati per omicidio e occultamento di cadavere.

Nell’intervista a Klaus Davi, il marito ricostruisce i giorni immediatamente successivi alla scomparsa della moglie, sostenendo che lui e Barbara erano «una coppia aperta, io – dice – non ero geloso» e «quando Barbara è sparita, con mio suocero siamo andati a casa del suo amante. Sapevo della sua esistenza perché avevo letto i messaggi sul telefono. Arrivò con due birre in mano e non ci voleva fare entrare dentro casa, dissi a mio suocero di entrare da solo, ma Barbara non c’era».

Al centro della nuova inchiesta della Procura di Terni ci sono alcune cartoline firmate da Barbara e spedite da Firenze pochi giorni dopo la sua scomparsa. In queste la donna avrebbe rassicurato i due figli sulle proprie condizioni di salute. Secondo gli inquirenti si è trattato di un tentativo di depistaggio: quelle cartoline ora saranno al centro di un incidente probatorio reso possibile dalle nuove tecniche di biologia forense. Le eventuali tracce biologiche che potranno essere rilevate sulle cartoline verranno comparate, come richiesto dalla difesa dei fratelli Lo Giudice, anche con il Dna dell’allora amante di Barbara, mai iscritto nel registro degli indagati.

All’epoca la Procura aveva ipotizzato che il delitto di Barbara Corvi fosse legato a ragioni di «gelosia segnata da mentalità mafiosa», visto il legame dell’ex marito con contesti di ‘ndrangheta, pur non essendo organico a clan. La donna è infatti iscritta nell’elenco delle vittime innocenti di mafia, ma Lo Giudice contesta la ricostruzione: «Come fa a essere vittima di mafia se la mafia non c’è? Io la mafia l’ho conosciuta qui, ad Amelia».

Sulla nuova inchiesta, aperta quasi un anno fa, le cartoline come elemento d’indagine, secondo Lo Giudice, «esistevano già nel 2010». L’indagato nel corso dell’intervista non nasconde l’irritazione, ma poi afferma: «Continuo ad essere collaborativo con la Procura, come ho fatto sempre». Quanto alla sua iscrizione nel registro degli indagati insieme al fratello, Lo Giudice fa riferimento a una terza persona che avrebbe impedito a Barbara «di tornare a casa dalla sua famiglia», e chiude con un appello: «Chiediamo giustizia per Barbara. Per me lei non è morta».

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