Emanuele Lucentini (foto Stefano Preziotti)

di Francesca Marruco

Forse per evitare che i giudici non comprendano bene il funzionamento dell’arma, la procura di Spoleto porterà in aula la mitraglietta M12 da cui è partito il colpo che ha ucciso l’appuntato scelto Emanuele Lucentini, morto il 16 maggio scorso nel cortile della caserma di Foligno. E’ più che mai importante per l’accusa far capire il funzionamento del fucile ai giudici del Riesame ( il collegio è composto da Marco Verola, Luca Semeraro e Daniele Cenci), che dovranno decidere sulla richiesta di scarcerazione presentata dal militare arrestato per omicidio volontario, Emanuele Armeni. Il pm titolare dell’indagine Michela Petrini ha già presentato la richiesta di portare l’arma ( o un modello assolutamente identico) in aula.

Balistica L’obiettivo è cristallino: la procura guidata da Alessandro Cannevale vuole evitare che nei giudici si faccia strada il dubbio del colpo accidentale. E solo facendo vedere l’arma possono scongiurarlo: l’M12 S2 è progettato in modo da evitare gli spari accidentalimaun conto è spiegarlo, un altro è mimarlo. «Nella versione M12 S2 – spiega il consulente a cui la procura ha demandato la perizia balistica – si è provveduto ad inserire un sistema di sicurezza realizzato per impedire che un eventuale rilascio accidentale del tiretto armamento durante l’operazione di armamento dell’arma possa generare uno sparo accidentale». Non solo, «all’interno del tiretto di armamento è ricavato un dente che, in caso di rilascio accidentale del tiretto stesso, durante lo scorrimento, va ad innestarsi su risalti realizzati lungo il castello dell’arma nella parte interessata dallo scorrimento del tiretto di armamento. Tale meccanismo arresta in sicurezza l’otturatore in caso di rilascio accidentale del tiretto durante la fase di armamento, impedendo in ogni caso il prelevamento della munizione dal caricatore». Ed è stato appurato che l’M12 che ha sparato era «perfettamente funzionante».

La versione dell’arrestato Armeni ha spiegato in questo modo l’accaduto: «Io come s’è armato non lo so. Io non lo so. Se era già armato, sto coso, leggermente aperto ci può stare …l’unica cosa che ecco, che ricordo è che il collega me diceva mentre lo levava ‘ma perché non si stacca? Tirava più volte e mi diceva ‘perché non si stacca?’». Quindi si sarebbe sporto all’interno dell’abitacolo dell’automobile e nell’uscire, ha raccontato, «prendevo una storta scivolavo e nel riprendermi cadevo a terra e partiva sto colpo» . Ma per il gip di Spoleto che lo ha spedito in carcere, «la spiegazione dell’indagato, oltre che illogica, risulta contraria ad ogni regola fisica». E per il perito di balistica, chi ha sparato era in posizione eretta. «Nel caso di soggetto con altezza elevata – ha spiegato – l’arma era mantenuta ad un’altezza posta tra il torace e la spalla con soggetto in posizione completamente eretta».

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Impronte e dna L’altro mistero che ruota attorno a questa arma del delitto è relativo alle impronte digitali. O meglio all’assenza – almeno fino ad ora – di impronte isolate sull’arma che era stata maneggiata almeno da lui e dalla vittima nel turno di notte da cui stavano smontando. E allora la procura, oltre alle impronte, ha dato mandato di cercare, isolare ed eventualmente attribuire eventuali profili genetici. E la genetista forense Eugenia Carnevali avrebbe isolato alcuni profili di dna. Che però al momento restano sconosciuti, anche in virtù dello strettissimo riserbo che circonda l’indagine.

Il movente? Un’indagine difficile per un delitto che ancora non ha una spiegazione. Nessun movente infatti è stato ancora stabilito dall’accusa, che però è certa non solo che Armeni abbia ucciso volontariamente, ma anche che lo abbia fatto con premeditazione. Per ora però il gip non ha sposato la tesi della premeditazione accogliendo invece quella dell’omicidio volontario. E in questo quadro, almeno per ora, il funzionamento della M12 diventa il perno dell’accusa.