di Enzo Beretta
I maltrattamenti subìti dal bambino nigeriano di un anno accompagnato al pronto soccorso in fin di vita «in stato di ipotermia e arresto cardiocircolatorio» sono iniziati qualche mese prima di quella drammatica mattina del 15 maggio 2022. Almeno questo è quello che ricostruisce la Procura della Repubblica la quale, considerata la «particolare complessità delle indagini», ha chiesto al giudice di Perugia la proroga di altri sei mesi.
TRE INDAGATI: L’INCHIESTA NON SI FERMA
Maltrattamenti Se per le «lesioni gravissime» che hanno messo in «pericolo di vita» il piccolo che aveva perso i sensi e l’uso degli organi il pm ritiene responsabili una coppia di amici della madre, «affidatari di fatto del minore», alla 26enne vengono contestate ipotesi di maltrattamenti e lesioni risalenti a quando il piccolo aveva sette mesi o poco più. «Con reiterati strattonamenti, percosse e altre manifestazioni di violenza fisica – si legge nel capo di imputazione – anche nel corso di ripetuti tentativi di indurlo a camminare precocemente rispetto all’età, lo maltrattava sottoponendolo a violenze e sofferenze fisiche e psicologiche ingiustificabili con presunte finalità educative».
Sofferenze ingiustificabili Prosegue l’atto: «A fronte di diversi traumatismi ed affezioni riportati dal piccolo, in conseguenza delle condotte dolose proprie o altrui, anche in via accidentale, lo abbandonava a se stesso omettendo o ritardando le iniziative necessarie a tutela della salute, mantenendo quindi un comportamento ingiustificatamente inerte, incompatibile con i doveri di cura e gli obblighi di protezione del minore; con ciò determinando in lui ingiustificabili sofferenze fisiche ed esponendolo a concreto pericolo di danno per la propria incolumità (aggravamento delle condizioni)». Dagli accertamenti strumentali Tc e Rx e dall’osservazione clinica sul minore in occasione di accessi al pronto soccorso e ricoveri avvenuti tra marzo e maggio 2022 – si apprende – «emergevano plurimi segni di lesività, anche di eziologia dolosa ed esogena e di abbandono del minore a se stesso per mancanza delle cure e delle attenzioni necessarie».
CRONACA DI UNA GIORNATA DRAMMATICA
Schiaffi e sculacciate Dalle indagini è emerso che a febbraio – quando il piccolo aveva soltanto sette mesi di età – il minore è stato «colpito ripetutamente al capo, al corpo, agli arti e ai piedi con schiaffi, sculacciate, anche con una ciabatta, nonché scuotendolo con forza e strattonandolo per le braccia per farlo rialzare e stare in piedi, nel pervicace tentativo di farlo camminare anzitempo su un tappetino di gomma». Spuntano «ustioni bilaterali alle mani» e «reiterate fratture bilaterali alle braccia da strappamento o torsione (in corrispondenza della cartilagine di accrescimento)». Ma «l’incongruente giustificazione» fornita dalla madre a proposito «delle prime lesività riscontrate all’omero sinistro, ricondotte a meccanismi traumatici non congrui anche alla luce dell’età del piccolo (no marching baby) induceva i sanitari al ricovero per accertamenti e all’attivazione del protocollo di sorveglianza, i cui esiti confermavano il sospetto di Non accidental injury, quindi di un high risk».
Tumefazioni Si è arrivati a un ritardo di tre settimane – da parte della madre – nella prenotazione della visita per rimuovere il gesso all’omero fratturato e ai fatti avvenuti dieci giorni prima dell’episodio scatenante della metà di maggio quando «procurava al minore, ovvero non impediva che altri gli procurassero, evidenti tumefazioni con versamento ematico e gonfiori in zona fronto-parietale destra, in zona perioculare, nasale e buccale, lesioni evidenti, accompagnate da episodi di vomito, omettendo di condurre il minore a visita sanitaria presso il pediatra o l’ospedale pediatrico, onde verificarne la gravità ed ottenere indicazioni sulle cure del caso (limitandosi a contatti telefonici con la pediatra)».
