di Iv. Por.
Non c’è solo chi viene in Italia per spacciare e per rubare. Fra i tunisini che vivono a Perugia c’è chi aveva la speranza di trovare un lavoro e invece non riesce a farlo. E, allora, senza prospettive, è meglio tornare a casa.
Al vigile L’ultimo episodio è avvenuto a piazza della Repubblica sabato mattina. Un tunisino di 28 anni non ce l’ha fatta più a vivere di sotterfugi e allora, quando ha incontrato un vigile urbano gli si è avvicinato: «Voglio rientrare in Tunisia – gli ha detto – mi aiuti». M.T., le sue iniziali, ha spiegato: «Sono arrivato in Iytalia da poco e non mi trovo bene, sono clandestino, nessuno mi dà lavoro, non voglio fare il delinquente: aiutatemi a tornare a casa». La polizia municipale ha provveduto allora ad accompagnarlo in questura. Qui la polizia scientifica ha accertato, confrontando le sue impronte con il sistema Afis, che non aveva precedenti segnalazioni nel nostro paese. Così l’ufficio Immigrazione ha provveduto, dopo la notifica del provvedimento di espulsione, ad accompagnarlo a un Cie. La sua avventura in Italia terminerà nei prossimi giorni con il rimpatrio.
Il precedente Un caso analogo è avvenuto pochi giorni fa quando un 27enne tunisino clandestino, agli agenti dell’ufficio Immigrazione ha spiegato di essere giunto a Lampedusa la scorsa primavera con un barcone. Una volta che gli è stato rifiutato il permesso di soggiorno per motivi umanitari, il 27enne ha fatto perdere le proprie tracce, stabilendosi da qualche mese, clandestinamente, a Perugia. Ma la città non gli offriva nulla.
Altri casi Diverso è il discorso e il percorso che compiono i migranti o richiedenti asilo che chiedono di essere rimpatriati. Ad Arci Perugia è accaduto, finora, in un solo caso. «Di tutti gli stranieri che abbiamo ospitato – spiega il presidente Franco Calzini – una sola persona ci ha prospettato questa volontà e stiamo procedendo con il rimpatrio assistito in Costa d’Avorio». La pratica del rimpatrio assistito è incoraggiata dallo Stato italiano, che paga il volo di rientro, e avviene tramite l’Oim (organizzazione internazionale per le migrazioni) di Roma. Tra le pratiche necessaarie, una dichiarazione firmata dallo straniero che motiva la volontà di tornare in patria.


E’ toccante l’immagine di un tunisino che, a dispetto dell’atteggiamento orribile di tanti suoi compatrioti, si autodenuncia e chiede aiuto per rientrare al suo paese. E’ una scelta tanto difficile quanto onesta. Tanto disperata quanto civile. E se da una parte ci fa comprendere che un essere umano é valido quando sceglie un comportamento morale piuttosto che un comportamento illegale, dall’altra ci deve far comprendere che l’Italia non può accollarsi, in questo momento socio-economico, la responsabilità di un’immigrazione ingestibile e non controllabile. Meglio apparire razzisti piuttosto che obbligare persone a diventare delinquenti. Meglio respingere un immigrato piuttosto che abbandonarlo a un destino oscuro. Sembra un paradosso ma, sebbene il momento sia difficile, si dovrebbe aiutare chi si candida ad un ritorno in Patria.
Mario