
di Ivano Porfiri
E’ in crisi ma non sembra. Almeno a guardare la graduatoria dei migliori atenei italiani stilata dal Sole 24 Ore l’Università degli studi di Perugia non se la passa poi tanto male. Sorprendenti i risultati sui fondi per la ricerca, male l’occupazione per i laureati.
Nella top ten Come ogni classifica, va presa con le molle. Dipende cioè dai parametri presi in esame e quella del Sole 24 Ore, ad esempio, non annovera fra questi il numero degli iscritti, che a Perugia è in calo denotando un deficit di attrattività. Ma l’autorevole quotidiano economico conferma il piazzamento dell’ateneo perugino nella top ten delle università italiane, segnatamente al nono posto. Dopo i due politecnici di Torino e Milano (che per la prima volta viene superato dall’omologo sabaudo) e gli atenei del Nord-Est (Trento, Udine e Venezia) con Ferrara e Modena nel mezzo, Perugia si piazza subito dietro a Pavia e davanti alla prima delle grandi università: Padova. Meglio di Bologna (18esima), di Pisa (22esima) e delle altre università di Milano e Roma. Sempre restringendo il campo agli atenei statali, naturalmente. Giova ricordare che nelle più autorevoli classifiche internazionali Perugia stenti a rientrare nelle prime 500 università mondiali.
Sul podio per fondi ricerca Tra i dieci parametri che compongono la graduatoria generale, spicca come Perugia sia altissima nelle graduatorie di fund raising per la ricerca: terza dopo i due politecnici di Milano e Torino (che ovviamente hanno ben altro appeal rispetto ad atenei generalisti) sia nella disponibilità di euro per docente di ruolo (46,3 a Perugia contro 51,5 al politecnico di Torino), sia nella percentuale di fondi derivanti da enti esterni (41,4% contro 49,4% del politecnico di Milano). Peggio va alla ricerca personale di fondi da parte dei singoli docenti con il 46,9% che hanno vinto un bando Prin.
Pochi laureati al lavoro Indici che sembrerebbero smentire il proverbiale scollamento tra ateneo e tessuto produttivo, che invece viene ribadito dall’unica vera ombra ad emergere dalla ricerca del quotidiano: nella classifica per occupati nei primi tre anni dal titolo conseguito, Perugia è 48esima su 58 con il 61,5% di laureati che hanno trovato un lavoro. Il politecnico di Milano può vantare il 95,1%, Pavia l’88,4%, Bologna il 71%, Palermo il 66,9%, Lecce il 64,7%. Peggio nel Centro-Nord c’è solo Siena. Facile immaginare come se nel caso dei fondi ricerca il merito vada alle facoltà scientifiche, la colpa della scarsa occupabilità dei laureati gravi sulle facoltà umanistiche.
Uno su cinque inattivo Nelle altre classifiche Perugia si piazza bene per immatricolati col massimo di voti alla maturità (10,6%), per attrattività considerando la percentuale di studenti da fuori regione e stranieri (33,6%). La graduatoria della dispersione rivela che il 13,6% degli studenti si perde tra primo e secondo anno, mentre il 21,4% degli iscritti risulta inattivo (senza crediti per un anno intero). Si laurea “in corso” ovvero nei tempi previsti appena il 19,7%. Sull’affollamento, infine, Perugia è in fondo alla graduatoria con 25 studenti per docente.
Tasse fuorilegge Un ultimo parametro, seppur fuori classifica, a meritare attenzione è quello delle tasse universitarie: a Perugia il contributo medio è di 945 euro per studente. In questa graduatoria, l’ateneo umbro è 23° (primo il politecnico di Milano con 1.726 euro, la media italiana è 1.113). La crescita media è stata di ben il 38% negli ultimi 5 anni e sfiora il 9% solo nell’ultimo anno. Il Sole 24 Ore, tra l’altro, sottolinea come il contributo sia fuorilegge: l’ordinamento universitario prevede che le tasse studentesche non possano contribuire per oltre il 20% di quanto versato dallo Stato. In Italia siamo al 29% e con i fondi in calo la percentuale caricata sugli studenti per garantire la sopravvivenza delle università è destinata a crescere. Su questo sforamento, ovviamente, il ministero chiude entrambi gli occhi.
