©Fabrizio Troccoli

di Giorgia Olivieri 

L’Università degli Studi di Perugia non è più il migliore tra i grandi atenei statali, secondo la classifica dell’istituto di ricerca Censis, ma con 20 mila nuovi iscritti negli ultimi due anni UniPg non sembra dar segni di cedimento. In merito ai parametri Censis il più critico sembra essere quello dell’occupabilità, ma, come evidenziato dal rapporto di Almalaurea, il dato non è poi così allarmante. Il pro-rettore Fausto Elisei ha ricostruito insieme a Umbria24 lo stato di salute dell’ateneo.

Gli indicatori Censis La classifica Censis delle università italiane riporta, per ogni ateneo, sei indicatori di qualità esterni al campo della didattica: borse, comunicazione, internazionalizzazione, servizi, strutture e occupabilità. L’ateneo di Perugia ha registrato nel biennio Covid una riduzione generale in tutti gli indicatori, ma solamente nel 2022 la sua posizione nella classifica generale è stata influenzata da questi cambiamenti. Confrontando i dati relativi esclusivamente all’andamento dell’università di Perugia negli anni, si può notare un lento ma costante calo in tutti i settori di riferimento. Per quanto riguarda l’indicatore borse, quello che ha subito la minor variazione, l’ateneo tra il 2021 e il 2022 perde un solo punto, classificandosi terzo nella graduatoria relativa all’indicatore stesso. Tra gli ambiti che hanno subito un calo di 5 punti, tre in tutto, anche quello della comunicazione, che passa da 108 nel 2021 a 105 per quest’anno. In fatto di comunicazione UniPg mantiene comunque un ottimo livello, si classifica infatti terza in materia. Unica a non aver subito variazioni la voce internazionalizzazione, che rimane fissa a 94 punti, valsi il secondo posto nella classifica di questo indicatore. Un leggero aumento, invece, per la voce servizi, che guadagna un punto, arrivando a 86, rispetto al 2021, e guadagna un terzo posto nella sua graduatoria.

I punti deboli In rosso da 5 punti anche i due indicatori più critici: strutture e occupabilità. Al contrario della voce comunicazione, che nonostante il ribasso del punteggio fa rimanere alto in classifica l’ateneo, strutture e occupabilità rappresentano i due veri anelli deboli di UniPg. Per quanto riguarda il primo indicatore tra i due, l’ateneo registra il passaggio dai 93 agli 88 punti, che portano l’università a scendere dal quarto posto al sesto nella graduatoria. In merito all’occupabilità, invece, i punti scendono da 93 a 88, con l’arretramento di un solo posto rispetto al 2021 ma che fa uscire UniPg dalla top ten (undicesima posizione). A proposito di quest’ultimo indicatore, va sottolineato il differenziale con il primo ateneo nella classifica relativa, quello di Modena e Reggio Emilia, che vale 105 punti, creando un divario di ben 17 punti. Il pro-rettore vicario Fausto Elisei sottolinea però come «i dati ripostati dal Censis non fanno riferimento all’anno corrente, ma a quello precedente, altrimenti la valutazione sarebbe diversa, come lo è nel rapporto di Almalaurea, siamo infatti cresciuti come occupabilità».

Almalaurea dice altro Il rapporto di Almalaurea raccoglie i dati sulla condizione occupazionale dei laureati a distanza di un anno e di cinque anni dal conseguimento del titolo. I partecipanti allo studio vengono poi divisi in base al livello conseguito: laurea di primo livello, laurea magistrale a ciclo unico, laurea magistrale biennale. Per quanto riguarda i laureati degli anni 2007-2020 intervistati a un anno dal conseguimento del titolo il tasso di occupazione nazionale per tipo di corso si attesta al 74,5 per cento per le lauree di primo livello, al 70,3 per il ciclo unico e al 76,5 per le magistrali biennali. Gli ultimi dati raccolti a livello nazionale tra i laureati degli anni 2007-2016, intervistati a cinque anni dal conseguimento del titolo, riportano tassi di occupazione dell’86,9 per il primo livello di laurea, all’86,9 per il ciclo unico e all’89,1 per le magistrali biennali.

Occupazione a UniPg per Almalaurea Gli stessi dati, presi sul campionario degli ex studenti presso l’Università di Perugia, attestano un livello di occupazione per i laureati da un anno al 36,2 per cento per le lauree di I livello, al 78,4 per le magistrali a ciclo unico e al 72,4 per le magistrali biennali. Per i dottori a 5 anni dal conseguimento del titolo presso UniPg, i valori di occupazione crescono al 92,6 per cento per le lauree a ciclo unico e al 91,8 per le magistrali biennali. «Dal rapporto di Almalaurea si vede come laureati in Umbria siano sopra media nazionale in fatto di occupazione – continua Elisei – l’anno prossimo la graduatoria Censis sarà sicuramente modificata e non vedo preoccupazione da questo punto di vista. Anche se viviamo in un territorio che non facilita l’assorbimento lavorativo e molti studenti si spostano, non sono affatto preoccupato per l’occupabilità».

Il commento del rettore In merito agli esiti pubblicati da Censis, il rettore dell’Università di Perugia, Maurizio Oliviero, sottolinea come «l’enorme crescita delle immatricolazioni richiede investimenti importanti a medio e a lungo termine sulle strutture, al fine di garantire la sostenibilità di aule, biblioteche e laboratori rispetto al numero degli studenti, specialmente se si vogliono mantenere standard qualitativi di eccellenza». L’Ateneo, infatti, nel corso degli ultimi due anni ha registrato un aumento di oltre 20 mila iscrizioni, con un incremento stabile in quasi tutte le facoltà, con picchi in alcuni corsi di laurea più appetibili. «Ci aspettiamo, nei prossimi anni – continua Oliviero – un coinvolgimento ancora maggiore del mondo del lavoro regionale, affinché sia possibile offrire opportunità di impiego sempre più importanti direttamente sul nostro territorio, riuscendo così a mantenere qui lo straordinario patrimonio costituito dalle enormi potenzialità dei nostri giovani». Il pro-rettore ricorda, però, che alcune imprese «scelgono se assumere un laureato scientifico o umanistico in base alle attività che svolgono, ma è indubbio che non tutte le lauree vengono considerate nello stesso modo, alcune sono più privilegiate. Inoltre, l’occupazione dipende un po’ dai periodi, quest’anno ci sono stati molti concorsi nel mondo della scuola per cui molti più neodottori umanistici hanno trovato una collocazione adeguata ai loro studi».

Non c’è salario per i neolaureati L’attenzione rivolta all’occupabilità non è solo un desiderio del rettore, ma una vera e propria necessità. Come riporta una recente analisi dell’Agenzia Umbria ricerche, nella Regione gli stipendi sono più bassi della media nazionale ed è proprio per i laureati che il gap è più elevato. Con la prospettiva di un aumento di oltre 20 mila neolaureati in Umbria, i dati regionali relativi al divario salariale non sono certo rasserenanti per i futuri neodottori. Tenendo conto del valore mediano delle retribuzioni, si evince che le distanze tra i livelli umbri e quelli nazionali raggiungono il punto massimo proprio in corrispondenza dei lavoratori laureati, -12,4 per cento. Se invece del valore mediano si considera quello dell’ultimo decile, la distanza tra le retribuzioni lorde orarie in Umbria rispetto all’Italia, si fa massima sempre in corrispondenza dei laureati, -24,1 per cento. «Sulle questioni stipendiali non c’è molto da dire – secondo il pro-rettore – l’Università può solo denunciare la situazione, se ci mettiamo in competizione con altri Paesi europei, ma anche con altri territori italiani più favorevoli, è evidente come lo sviluppo del nostro territorio tende a rallentare i laureati, ma il problema va affrontato con le associazioni e rivedendo le norme che creano questo divario».

Servizi e burocrazia In merito alla perdita di punteggio Censis relativa alla qualità dei servizi, Elisei parla di un «periodo di assestamento» necessario per l’Università, in seguito non solo ai due anni di pandemia trascorsi, ma anche all’aumento degli iscritti. Il lungo periodo Covid ha, infatti, obbligato gli atenei all’accesso limitato a biblioteche e aule studio, diminuendo quindi la fruibilità dei servizi. Inoltre il pro-rettore ricorda come, al momento, «a Perugia ci sono pochi studenti, molti non frequentano e i servizi che l’università offre vengono erogati ai presenti ovviamente». L’aumento degli iscritti ha creato un disagio nella fruibilità delle strutture, «c’è bisogno di tempo per risolvere le criticità, oltre che di risorse economiche, se pensiamo che per costruire due aule ex novo possono volerci anche tre anni non si riesce ad essere efficienti, le autorizzazioni e la burocrazia diventano dei veri e propri bastoni tra le ruote quando si cerca di rispondere al bisogno degli utenti», conclude Elisei.

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