©Fabrizio Troccoli

Il tema dei condoni edilizi torna al centro del confronto politico, mentre procede l’esame del disegno di legge di Bilancio 2026. Nel fascicolo degli emendamenti presentati emergono più proposte che puntano ad ampliare il perimetro delle sanatorie, con un dibattito che si è progressivamente allargato oltre il caso della Campania e ora riguarda potenzialmente tutto il Paese.

L’attenzione si è concentrata nei giorni scorsi sulla possibilità di riaprire il terzo condono del 2003, con effetti particolarmente rilevanti sul territorio campano. Ma l’ipotesi più estesa arriva da una serie di emendamenti firmati da esponenti di Fratelli d’Italia che propongono un intervento modellato sul primo condono del 1985. La proposta prevede la possibilità di regolarizzare abusi realizzati entro settembre 2025. La lista comprende opere pertinenziali come portici e tettoie costruiti senza titolo o in difformità, elementi accessori come balconi e logge e interventi di ristrutturazione e risanamento eseguiti senza autorizzazione, purché non abbiano comportato aumenti di superficie o volumetria. Dal perimetro restano escluse le nuove costruzioni integralmente abusive. Il risultato sarebbe una sanatoria circoscritta, che punta a facilitare la regolarizzazione di una parte del patrimonio edilizio senza estendere la copertura a qualsiasi tipologia di abuso.

Il tema divide la maggioranza e alimenta le critiche dell’opposizione, che denuncia un’operazione destinata a trasformarsi in strumento di campagna elettorale. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha difeso la linea sostenendo che si tratterebbe di «un’opportunità per fare qualche cosa che non deve essere un favore all’abusivismo ma una nuova regolarizzazione a determinate condizioni». Sulla stessa linea il presidente della commissione Bilancio del Senato Nicola Calandrini, secondo il quale «non si tratta in alcun modo di un nuovo condono edilizio» ma di un intervento che eliminerebbe «una discriminazione che si protrae da ventitré anni».

Tra le proposte in discussione figura anche quella di fissare un termine per la chiusura delle pendenze relative ai precedenti tre condoni del 1985, del 1994 e del 2003. L’obiettivo è far concludere ai Comuni entro il 31 marzo 2026 le istruttorie ancora aperte, che in molti casi attendono una definizione da anni.

Intanto procede in parallelo il lavoro sulla riforma del Testo unico dell’edilizia, destinato ad approdare a breve in Consiglio dei ministri. Il disegno di legge delega, confermato dal vicepremier Matteo Salvini e dal capo dell’ufficio legislativo del ministero delle Infrastrutture Elena Griglio, punta a riordinare in modo organico una materia che non viene affrontata complessivamente da decenni. Nei passaggi principali vengono ridefiniti i criteri per classificare difformità e abusi, superando le attuali differenze tra Regioni. Oggi, infatti, ogni amministrazione stabilisce autonomamente il limite tra parziali difformità e variazioni essenziali, determinando interpretazioni diverse dei medesimi interventi. Il Ddl indica la necessità di «definire a livello nazionale una comune classificazione delle tipologie di difformità dal titolo abilitativo edilizio», insieme a «standard univoci di inquadramento delle situazioni di patologia» e a una definizione chiara delle varie categorie di illecito per prevenire incertezze applicative.

Un altro punto riguarda la distinzione tra competenze statali e regionali. Il Governo punta a individuare in modo esplicito quali disposizioni non siano derogabili dalle Regioni e quali debbano essere considerate livelli essenziali delle prestazioni. Il perimetro includerebbe anche le tipologie standard di violazioni edilizie e i criteri necessari per ottenere titoli in sanatoria. Il testo introduce inoltre la possibilità di regolarizzare gli abusi precedenti alla legge n. 765 del 1967, che diventerebbe una sorta di anno zero dell’edilizia italiana. Verrebbe inoltre chiarito che la sanatoria di difformità edilizie mette al riparo anche dalle contestazioni legate alle agevolazioni fiscali.

In attesa di capire quale sarà la direzione finale della maggioranza, il pacchetto di emendamenti e la riforma del Testo unico delineano un quadro in movimento, nel quale la questione della regolarizzazione degli abusi edilizi torna a incidere in modo significativo sul rapporto tra norme nazionali, autonomie locali e politiche urbanistiche.

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