Mario Finocchio alla posa dell'Obelisco

di Sebastiano Pasero

A pennone bello ritto. Terni ora un po’ ammosciata e confusa, ma in altre stagioni bella tosta, al punto di mettere in mostra tanto vigore. Puntando al cielo. Utilizzando l’acciaio, elemento identitario, metallo duro per eccellenza. I trenta metri dell’ago della Fontana di Piazza Tacito. Gli altrettanti dell’Obelisco di Arnaldo Pomodoro.

Acciaio La Terni degli anni Trenta, celebrata dal film Acciaio. La Dinamica, il fiore all’occhiello del Regime che trebbia il grano ma sogna una nazione moderna ed industrializzata, progetta e realizza la Fontana di Piazza Tacito con il suo pennone in acciaio. Il progetto di Ridolfi e Fagiolo è la metafora dell’acqua indispensabile per far nascere l’acciaio, è l’emblema del nuovo ordine fascista che intorno alla fontana vede crescere il Palazzo del Governo. La Terni degli anni ’60, quella del Boom economico, la Fontana e il suo ago, pesantemente danneggiati dai bombardamenti anglo americani, li restaurano. Non finisce qui, un bel po’ di anni dopo, ci sono altre Terni da celebrare: quella, nel 1984, del centenario delle Acciaierie che progetta i trenta metri dell’Obelisco; quella che lo realizza. Ad alzare materialmente l’Obelisco è la Terni del 1995, quella che rivendica una pluralità politica, produttiva, geografica.

La mostra e Finocchio Della corsa verso l’alto dell’Obelisco che sorge lungo l’asse di Corso del Popolo ne parla una bella mostra che si tiene in questi giorni all’Istituto d’Arte Metelli. Una mostra che raccoglie opere messe in vendita per finanziare la solidarietà nei confronti di Amatrice, Una mostra che contiene una sezione molto particolare, quella su Mario Finocchio. Un mastro fonditore, emblema dell’Acciaieria che fino a metà degli anni ’80 sa anche fondere, creare, attraverso gli stampi, pezzi industriali unici, fondamentali per le centrali nucleari francesi come per i grandi invasi idroelettrici dell’Asia. Mario Finocchio è il braccio esecutivo e tecnologico che ha consentito di trasformare in realtà, in acciaio, l’obelisco ideato da Arnaldo Pomodoro, che aveva pensato a un grande monumento in bronzo.

Idea di Pertini «L’idea di un qualcosa che celebrasse i cento anni delle acciaierie – racconta Giorgio, figlio di Mario – nasce dall’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini che, in visita alla Terni, ne parla con il sindaco Giacomo Porrazzini e l’assessore alla Cultura della Provincia, Walter Mazzilli. Fu Pertini ad indirizzarli verso Pomodoro, in quanto il presidente stimava particolarmente questo artista. Arnaldo Pomodoro realizza un bozzetto, nel quale c’è la grande idea di un obelisco che indichi vigore, la forza del lavoro e della tecnologia che arrivano sino alla luce, un qualcosa che nasce dalle nere scorie – così era il progetto originale – fino ad arrivare al cielo. Un qualcosa di molto bello, molto evocativo e suggestivo».

La scelta del luogo La città degli anni ’80: «Una città che celebrava il lavoro ma che provava ad assumere una nuova dimensione, più legata alla qualità della vita, al recupero del centro storico, ai luoghi di socializzazione, alla rete di locali che poi è divenuta una sua caratteristica. Vennero fatte diverse ipotesi sulla collocazione, lo spazio davanti a Palazzo Spada venne ritenuto angusto, la fine dell’asse Stazione, Fontana di Piazza Tacito, Corso Tacito, Corso del Popolo, invece consona anche per celebrare il disegno urbanistico della Terni che si era definita nella Ricostruzione. L’Acciaieria decise di collaborare e diede a mio padre l’incarico di studiare gli aspetti tecnici. Mio padre propose e caldeggiò l’acciaio come materia prima, una cosa non abituale per una scultura, ma lui lo considerava un elemento simbolico e poi in quel tipo di lavorazione si sentiva sicuro».

Gli stampi e la fusione «Vennero realizzati prima i modelli in legno, poi gli stampi, ma per arrivare alla fusione vera e propria, con i pezzi realizzati a Brescia, e soprattutto all’assemblaggio ci sono voluti anni. Il progetto fu ripreso nel ’94 dal sindaco Ciaurro». Anche in questo i trenta metri sparati verso l’alto una celebrazione: «L’amministrazione di centrodestra, nella allora rossa Terni, che riprende un progetto del passato e lo fa suo, valorizzandone soprattutto gli aspetti estetici, un bellissimo monumento in una Terni che sta cambiando ancora volto e che aspira ad essere anche una città di servizi, di residenzialità, ad un’ora da Roma».

Una stagione nuova La Terni dell’Obelisco è anche quella che chiude la stagione di Tangentopoli che ha falcidiato la nuova classe dirigente delle giunte di sinistra, che pensa di poter andare oltre all’acciaio, con il multimediale, l’università, il turismo della Cascata delle Marmore. Ma l’Obelisco è anche la storia del riscatto della Terni delle capacità e della conoscenza, troppo presto spazzata via dal dirigismo della comunità europea e dalla successiva globalizzazione: «Nel 1986 il reparto fonderia viene chiuso per ragioni di politiche comunitarie e non di sostenibilità economica. Per mio padre fu uno choc, personale, ma anche per la sua visione delle Acciaierie, quale luogo di maestria, di capacità produttiva unica, di valore aggiunto alle produzioni in serie. Andò a lavorare in Angola, in Brasile, in Corea, nei paesi che nella siderurgia vedevano un elemento di crescita. Tornare a Terni per riprendere in mano la realizzazione dell’Obelisco per mio padre significò sentirsi ancora utile per la sua città, sentire Terni ancora capace di realizzare qualcosa di unico».

La posa dell’Obelisco «Mio padre è morto un anno fa, e per me uno tra i ricordi più belli è quello del 12 dicembre del 1995». Le foto parlano: Mario Finocchio, con la cravatta e il vestito buono, venuto per assistere alla posa dell’Obelisco, si rimbocca le maniche, e si mette a fare le ultime lucidature, si inginocchia poi sotto le gru, quasi volesse guidare con le mani il percorso dei grandi bracci che movimentano i pezzi di un bestione da novanta tonnellate. Le foto parlano di una Terni che non sapeva stare con le mani in mano e che negli occhi aveva la soddisfazione del lavoro.

Per Amatrice La Terni generosa non sembra scomparsa del tutto. I pannelli dell’epopea dell’Obelisco sovrastano la mostra del liceo Metelli, ma non tolgono allo spazio alle opere che attendono di essere vendute per aiutare Amatrice. Terni, insieme a Civitavecchia, Castro dei Volsci, Montalto, ha voluto rimboccarsi le maniche. Tirare fuori insomma il suo vestito buono, sia esso il completo marrone di Mario che monta l’Obelisco che i leggings delle studentesse che allestiscono la mostra al Metelli.

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One reply on “Terni, come nasce l’Obelisco di Pomodoro: «Mio padre Mario e quel suo amore per l’acciaio»”

  1. La cultura e la civiltà del lavoro industriale, con le sue contraddizioni, l’asprezza dei conflitti ideologici, politici e sociali, anche con i suoi massimalismi e limiti,ha rappresentato l’ingresso a pieno titolo della Città di Terni nella storia moderna e contemporanea del nostro Paese, dall’Unità d’Italia fino a tutto il secolo breve del ‘900. Ed ha segnato, nel compromesso fra capitale e lavoro- soprattutto nei cosiddetti trent’anni dell’età dell”oro, quelli a cavallo fra gli anni ’50 ed ’80, una stagione di crescita, di avanzamento ed emancipazione della nostra Città.
    Ha rappresentato l’anima e l’identità della nostra città, la sua passione ed orgoglio, che gli ha consentito di camminare fiera a testa alta fino alla seconda metà degli anni ’80. Dopo inizia un’altra storia, per Terni e per l’Italia, quella della spirale della doppia crisi, industriale, economica, sociale e politico-istituzionale – aggravata nell’ultimo decennio dalla crisi finanziaria internazionale -dentro la quale siamo tuttora immersi. ‘
    MARIO FINOCCHIO ha rappresentato quanto di più genuino, solido e strutturato ha espresso questa cultura.
    Mi piace ricordare Mario anche come la persona che ha dedicato tempo, passione e speso le sue energie cognitive per educare e formare studenti, tecnici, maestranze e per salvare alcune importanti e preziose opere di grandi artisti, come la scultura di Mastroianni, destinata alla rottamazione, che, grazie alla sua tenacia e testardaggine, è stata salvata e donata alla città arricchendo il paesaggio urbano di Terni, che lo caratterizza come uno degli esempi meglio riusciti e compiuti di museo a cielo aperto nel panorama nazionale.
    La stessa passione che ha dedicato alla sua famiglia e nei rapporti interpersonali. E nel coltivare negli ultimi anni la sua campagna.

    Terni, 19,Aprile 2018 Alberto Pileri

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