di Chiara Fabrizi
Un piranha rosso (Pygocentrus nattereri) è stato avvistato e fotografato nei giorni scorsi all’interno della diga di Arezzo (Spoleto) da un pescatore. L’immagine è stata postata su diversi gruppi social in cui orbitano appassionati di tutta Italia, accendendo il dibattito e varie ipotesi. Alla fine la fotografia è stata sottoposta all’esame di Mauro Natali, che per 30 anni ha diretto il Centro ittiogenico del Trasimeno, e l’esperto ha confermato l’ipotesi iniziale del pescatore spoletino: «Non ci sono dubbi, quel pesce è un piranha rosso».
Con ogni probabilità l’esemplare amazzonico è stato liberato nella diga di Arezzo da qualcuno che lo aveva fino a quel momento tenuto in acquario, ma il gesto, oltreché irresponsabile e punibile per legge, rappresenta una condanna a morte per il piranha, come spiegato dallo stesso Natali. Diverso, invece, il discorso per le numerose tartarughe che, analogamente al piranha, sono state negli anni liberate nell’area della diga di Spoleto e che frequentemente, questo emerge, vengono avvistate dai pescatori.
In questo quadro, non sono pochi gli appassionati che, arricchendo il dibattito scaturito dall’avvistamento del piranha, segnalano la necessità di procedere con periodici e maggiori controlli nell’area della diga di Spoleto, che per quanto isolata rappresenta un luogo, specie nei mesi estivi, comunque frequentato.
«Mi rendo conto che il rinvenimento di una simile specie all’interno della diga di Spoleto possa sorprendere e fare scalpore, ma è un fatto del tutto irrilevante dal punto di vista pratico, perché il piranha, come altri pesci amazzonici, non ha nessuna possibilità di sopravvivenza nel nostro ambiente, a causa della temperature delle acque», ha spiegato Natali, aggiungendo: «Un piranha a 18 gradi sopravvive per un po’ dopodiché si ammala, tanto che ingrandendo la foto scattata dal pescatore spoletino si notano una serie di chiazze bianche presenti sul fianco, quelli sono i segni diffusi di micosi, quindi muffe, che sono il preludio di una morte rapida per il piranha».
L’esperto, come ovvio, non ha dubbi a definire il rilascio del piranha «un gesto irresponsabile, che però non è il primo»: Natali, infatti, ha ricordato che circa 20 anni fa un piranha è stato trovato anche al Trasimeno, dove è finito nella rete di un pescatore che, non riconoscendolo, è stato anche morso dal pesce. «Approfitto per segnalare – va avanti Natali – che è estremamente pericoloso liberare anche i pesci rossi, che a differenza del piranha si ambientano nelle nostre acque, si riproducono e creano una popolazione, generando un terremoto nell’ecosistema, come accaduto al Trasimeno», dove non più tardi del giugno 2024 la Regione è dovuta nuovamente intervenire con uno stanziamento di 50 mila euro destinati a un progetto di riduzione dei carassi dorati, cioè i pesci rossi, «ormai sovrabbondanti al Trasimeno, tanto da creare squilibri ambientali». Il messaggio è tanto chiaro quanto ovvio: non si liberano animali esotici nel nostro ambiente.
