di Maurizio Troccoli

Dall’olio extravergine alle esportazioni di acciaio, passando per la manifattura e l’energia necessaria a far funzionare le fabbriche: uno dei passaggi marittimi più delicati del pianeta, lo Stretto di Hormuz, ha conseguenze in cifre calcolabili fin da ora sull’economia di una regione come la nostra nonostante l’assenza du sbocco sul mare come l’Umbria. La crisi che si sta sviluppando in queste ore nel Golfo Persico, con attacchi militari e un sostanziale blocco della navigazione, riporta al centro dell’attenzione uno dei nodi strategici del commercio mondiale. Ed è proprio da qui che parte la storia.

L’Umbria è una regione piccola ma fortemente aperta ai mercati internazionali. Nel 2024 l’export regionale ha raggiunto circa 4 miliardi di euro, pari allo 0,9% delle esportazioni italiane, secondo il rapporto Unioncamere-Tagliacarne diffuso dalla Camera di commercio regionale. Dentro questo dato si concentrano alcuni comparti che rappresentano i motori dell’economia umbra: l’agroalimentare di qualità, la manifattura del tessile-abbigliamento e la metallurgia.

Uno dei casi più significativi è quello dell’olio extravergine. Il distretto olivicolo umbro nel 2024 ha registrato esportazioni per 327 milioni di euro, con una crescita del 26,5%. Si tratta di uno dei risultati migliori tra i distretti agroalimentari italiani e di un comparto sempre più proiettato verso i mercati internazionali. Le esportazioni sono dirette soprattutto verso Europa e Stati Uniti, ma negli ultimi anni le imprese umbre hanno intensificato la presenza commerciale anche nei Paesi del Golfo Persico e negli Emirati Arabi Uniti, con missioni commerciali e iniziative promozionali organizzate dalla Camera di commercio e dalle organizzazioni dei produttori.

Accanto all’agroalimentare, l’Umbria ha un altro pilastro fortemente internazionalizzato: la manifattura. Il distretto della maglieria e dell’abbigliamento di Perugia ha raggiunto nel 2024 un valore di esportazioni pari a 821 milioni di euro, circa due terzi dell’export distrettuale regionale. È uno dei comparti più dinamici dell’economia umbra e uno dei più presenti sui mercati esteri.

A questi si aggiunge il settore dei metalli e dell’acciaio legato al polo industriale ternano, che negli ultimi anni ha visto una crescita significativa delle vendite all’estero. Nel primo trimestre del 2025, ad esempio, le esportazioni di metalli hanno registrato un aumento del 14,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Agroalimentare di qualità, moda e metallurgia rappresentano quindi i tre grandi motori dell’export umbro. Tutti settori che dipendono da due fattori fondamentali: la stabilità delle rotte commerciali internazionali e il costo dell’energia. Ed è qui che entra in gioco lo Stretto di Hormuz.

Un elemento fondamentale per comprendere l’impatto che una crisi come quella nello Stretto di Hormuz può avere sull’economia dell’Umbria è capire quanto l’export regionale sia effettivamente diretto verso i Paesi del Golfo Persico. Anche se i dati ufficiali statistici non forniscono una scomposizione Paese per Paese per ciascuna regione, le elaborazioni più puntuali a livello territoriale mostrano che le esportazioni umbre verso l’area definita “Medio Oriente” hanno raggiunto circa 181,6 milioni di euro nel 2024, corrispondenti a poco più del 3,1% del totale dell’export regionale di quell’anno, pari a circa 5,9 miliardi di euro. Questo dato, pur non dettagliato per singolo Stato del Golfo, rappresenta una stima significativa delle vendite umbre a quei mercati o transitate attraverso rotte che li collegano.

Per capire da dove provengono queste esportazioni occorre guardare al tessuto imprenditoriale regionale. Nel settore del lusso, ad esempio, Brunello Cucinelli — con ricavi superiori al miliardo di euro — segnala performance positive in Asia e Medio Oriente, con vendite crescenti in boutique come quella di Abu Dhabi, testimonianza che il brand umbro ha già consolidato una presenza nelle aree del Golfo e ne trae contributi crescenti ai ricavi complessivi. Anche altri settori manifatturieri e tecnologici umbri, come alcune componentistiche meccaniche o impiantistiche, fanno capo a relazioni di fornitura verso distributori e partner commerciali legati a paesi del Golfo, anche se i dati non sono dettagliati per ragione di riservatezza commerciale.

La stima di una quota compresa tra 3% e 8% dell’export regionale indirizzata ai Paesi del Golfo si basa dunque su due elementi: da un lato, le statistiche ufficiali che indicano il 3,1% di export destinato all’area Medio Oriente come macro‑zona di destinazione; dall’altro, l’osservazione delle performance di singole imprese umbre con canali commerciali consolidati nella regione. Questa fascia di stima è ritenuta attendibile anche perché riflette sia la quota osservata nei dati regionali sia la maggiore propensione al commercio estero di tali comparti rispetto alla media dell’export complessivo. Complessivamente, quindi, se si considera un valore di export umbro di circa 5,9 miliardi di euro nel 2024, la stima più prudente indica che circa 180‑350 milioni di euro di prodotti umbri potrebbero avere come destinazione finale o transito commerciale (inclusi hub logistici collegati allo stretto) i Paesi del Golfo.

Il passaggio marittimo dello stretto di Hormuz si trova tra Iran e Oman e collega il Golfo Persico con il Golfo di Oman e quindi con l’Oceano Indiano. La sua importanza deriva dalla geografia. I grandi produttori di petrolio del Golfo – Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti – hanno porti situati all’interno del Golfo Persico. Per esportare petrolio e gas verso il resto del mondo le navi devono necessariamente attraversare questo corridoio marittimo.

Secondo i dati dell’Energy information administration degli Stati Uniti, attraverso lo Stretto di Hormuz transitano ogni giorno circa 20 milioni di barili di petrolio. È una quantità enorme: equivale a circa un quinto dell’intero consumo mondiale di petrolio e a circa un quarto del petrolio trasportato via mare nel mondo. Lo stesso passaggio è cruciale anche per il gas naturale liquefatto: circa il 19% del commercio globale di Gnl attraversa lo stretto, soprattutto grazie alle esportazioni del Qatar.

Per questo Hormuz è considerato uno dei principali “chokepoint” energetici del pianeta, cioè uno dei punti in cui si concentra una quota enorme del traffico energetico mondiale. Se il passaggio viene rallentato o bloccato, gli effetti sui mercati globali sono immediati.

Il legame con l’Umbria passa soprattutto attraverso i prezzi dell’energia. L’industria regionale, in particolare i settori metallurgico e meccanico, è fortemente esposta al costo dell’energia e delle materie prime. Un aumento del petrolio o del gas si traduce rapidamente in costi più elevati per i trasporti, la logistica e la produzione industriale.

In altre parole, anche se l’Umbria non importa direttamente petrolio dal Golfo Persico, la crisi nello stretto di Hormuz può comunque riflettersi sull’economia regionale attraverso i mercati energetici europei.

Negli ultimi giorni si sono verificati attacchi contro navi commerciali e infrastrutture nella regione, all’interno di una escalation militare che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele. Secondo le autorità marittime internazionali, almeno tre navi mercantili sono state colpite nello stretto di Hormuz, mentre operazioni militari e attacchi con droni e missili hanno interessato diversi obiettivi nella regione.

Il traffico marittimo ne ha risentito immediatamente. Alcune società di monitoraggio del traffico navale hanno segnalato che il numero di petroliere in transito nello stretto è sceso da una media di circa 24 al giorno a appena 4 in alcune giornate. Altre stime indicano che il calo complessivo del traffico avrebbe raggiunto addirittura il 90%, a causa delle preoccupazioni delle compagnie di navigazione.

Il risultato è stato un aumento della volatilità sui mercati energetici. In alcune fasi delle tensioni il prezzo del petrolio Brent ha sfiorato i 120 dollari al barile, segno della preoccupazione degli operatori per un possibile blocco prolungato della rotta.

Centinaia di navi rimangono ferme nel Golfo Persico in attesa di transitare. Secondo i dati del Joint Marine Information Center e della United Kingdom Maritime Trade Operations, in condizioni normali il traffico supera decine di passaggi quotidiani, ma oggi la quasi totale assenza di transiti riguarda sia petroliere sia cargo di vario tipo, con circa 137 portacontainer e decine di bulk carrier in attesa, e secondo alcune ricostruzioni giornalistiche il numero complessivo di vascelli bloccati potrebbe superare 1.100 unità, inclusi tanker e carrier vari, con numerosi carichi fermi.

Le grandi compagnie di navigazione internazionali, tra cui Msc, Zim e Pil, hanno sospeso prenotazioni e operazioni sulle rotte che attraversano lo stretto fino a nuove indicazioni di sicurezza, mentre operatori logistici hanno scelto di scaricare o consegnare merci nei porti intermedi, trasferendo ai proprietari i costi aggiuntivi e la gestione degli stoccaggi. Le deviazioni obbligatorie dei percorsi marittimi nella regione sono aumentate del 360% secondo project44, con migliaia di navi costrette a cambiare rotta o ad attendere, e sono stati introdotti surcharge fino a 800 dollari per container per coprire i rischi delle rotte alternative. Queste mosse operative generano ritardi di settimane o mesi nelle consegne, aumenti dei costi di trasporto e rischi di penali per le aziende esportatrici, che devono accumulare merci nei terminal più vicini, affrontare stoccaggi aggiuntivi o percorrere incalcolabili rotte alternative più lunghe, come l’impraticabile circumnavigazione dell’Africa.

Sebbene non siano ancora disponibili statistiche ufficiali italiane o regionali sulle merci umbre bloccate, i dati di vessels tracking indicano che molti container ship diretti ai porti del Golfo Persico sono rimasti lontani dallo stretto o in attesa a sud di Hormuz, con merci non consegnate o ritardate, e le compagnie marittime segnalano backlog potenziali nei depositi portuali. Non esistendo alternative marittime praticabili per quei corridoi, qualsiasi merce destinata ai Paesi del Medio Oriente, inclusi Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Kuwait, resta bloccata o costretta a ripensare il piano logistico. L’impatto si riflette direttamente sui settori chiave dell’export umbro: l’agroalimentare di qualità, dove ritardi e stoccaggi forzati possono compromettere prodotti deperibili come l’olio extravergine di oliva; la metallurgia e l’acciaio, con ritardi nelle consegne di semilavorati e prodotti finiti e aumento dei costi di produzione dovuti a surcharge e deviazioni delle navi; e il manifatturiero tessile e dell’abbigliamento, dove il mancato rispetto dei tempi contrattuali comporta penali, costi aggiuntivi di immagazzinamento e potenziali perdite di commesse future. Tutte queste dinamiche, già evidenti a livello operativo, in larga scala indicano che l’Umbria stia subendo direttamente gli effetti concreti della paralisi dello Stretto di Hormuz: complessità logistiche senza precedenti e rischio di compromettere relazioni commerciali internazionali, hanno un impatto la cui quantificazione precisa richiederà ancora alcune settimane di osservazione dei flussi e dei dati doganali.

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