Il rettore Stefania Giannini con lo studente libico Abdullh-Y-Hamed

di Ivano Porfiri

«Dalle notizie che ci arrivano c’è troppa gente uccisa, troppe famiglie costrette a fuggire, specialmente donne e bambini». A parlare è Abdullh-Y-Hamed, 30 anni, dentista di Ajdabiya. Abdullh è uno dei circa 300 studenti libici che si trovano a Perugia per fare un corso di italiano all’Università per stranieri. E’ visibilmente scosso e viene accompagnato dal rettore dell’Università Stefania Giannini.

Intervista al rettore «Anche in questa occasione – afferma Giannini – l’Università per stranieri si rivela un luogo di accoglienza, di vittoria della pace su altri drammatici eventi e meccanismi che in questo caso casualmente hanno coinciso con la presenza di questo folto gruppo di studenti libici a Perugia». In questo momento, secondo quanto riferisce il rettore, sono circa 300 gli studenti libici, per lo più laureati, che si erano iscritti qualche mese fa, alcuni con borse di studio del governo libico ma al di fuori del trattato di amicizia che era in vigore lo scorso anno e che, secondo quanto afferma Giannini «aveva portato a Perugia un primo gruppo di studenti. Quelli attuali – precisa il rettore – non vi rientrano».

Macchina da guerra maldestra Sul ruolo dell’Ateneo, Giannini afferma che «in questo momento drammatico in cui la macchina da guerra si è messa in moto in modo così maldestro e anche molto incerto sugli sviluppi futuri e sulla rapidità delle azioni il nostro, che è un lavoro con prospettiva a lungo termine, è una briciola ma una briciola importante costruire una prospettiva di pace». «Oltre alla didattica – prosegue Giannini – cerchiamo di essere una struttura di riferimento per quanto possibile ascoltano alcune voci di questi studenti e questo è avvenuto fin dall’inizio, quando sono arrivati, che è quando la situazione nel loro paese si ha iniziato a complicarsi, per poi arrivare ai drammatici eventi degli ultimi giorni. Mi sono quindi accorta – conclude il rettore – che l’Università per stranieri, oltre al ruolo didattico,  è un punto di riferimento anche umano».

Intervista ad Abdullh «Non riesco ad avere notizie dirette dalla mia famiglia – spiega – i telefoni non funzionano, internet non funziona, sono molto preoccupato». Sull’azione militare in corso, Abdullh ritiene che «senza questo aiuto delle nazioni europee io penso che se le truppe di Gheddafi fossero entrate a Bengasi avrebbero ucciso troppa gente». Abdullh è quindi tra coloro che ritengono che «Gheddafi deve essere rimosso al più presto per il bene della Libia», anche se «nessun libico vuole che eserciti stranieri entrino nel paese». La soluzione, per lo studente, sarebbe di «armare il governo di Bengasi».

Tra studenti pro e contro Gheddafi nessun problema Adbullh riferisce che, a Perugia, ci sono «studenti contro Gheddafi ma anche studenti per Gheddafi, spesso perché le loro famiglie sono legate a Gheddafi». Ma, secondo Abdullh, «questo gruppo pro Raìs “decresce giorno dopo giorno». Tra i due gruppi «non ci sono problemi». «Ci incontriamo al bar – riferisce lo studente -: io sono contro Gheddafi, tu sei a favore, ma nessuno scontro». Anche in Libia, per Abdullh, il 90% è contro Gheddafi ma non possono dirlo per non essere uccisi». Per il futuro, Abdullh si dice fiducioso. «Spero di tornare in questo ufficio la settimana prossima – afferma – e fare festa perché in Libia non c’è più Gheddafi».

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