Prosegue con la storia di Giada la serie di articoli che Umbria24 dedica ai racconti dei giovani umbri alle prese con un mercato del lavoro dove non mancano casi di sfruttamento, paghe da fame, mancate tutele e così via. Per raccontare la vostra esperienza contattateci attraverso i canali social di Umbria24 oppure mandate una mail a redazione@umbria24.it o umbria24tr@gmail.com

di Ilaria Alleva

Ci scrive Giada, ragazza umbra di 25 anni, per raccontarci una storia un po’ diversa: stavolta l’ambientazione è all’estero, a Budapest, ma l’ambiente lavorativo è italianissimo. Giada si trova a lavorare come amministrativa presso una fondazione che si occupa di ricerca e sviluppo sulla blockchain, una tecnologia avanzata per la condivisione trasparente di documenti all’interno delle aziende. Un’esperienza lavorativa che si è presto trasformata in un incubo.

Burocrazia e minacce di morte Giada si occupa della parte amministrativa e burocratica della fondazione, oltre a gestire il Consiglio di Amministrazione, composto da quattro uomini italiani, molto più grandi di lei. Due di loro vivevano a Budapest, ed è proprio in Ungheria che iniziano le difficoltà: «Non parlo una parola di ungherese, ma mi mettono a seguire le pratiche per la registrazione della fondazione presso il tribunale. La burocrazia ungherese è un inferno puro, e l’avvocato che hanno scelto, che continuo a sostenere non fosse nemmeno un avvocato vero, crea un caos assurdo con i documenti. Io devo rimediare ai suoi errori, finché un giorno mi minaccia di morte al telefono solo perché ho osato dirgli che le pratiche che ci aveva fatto fare erano sbagliate».

Il maschilismo Come se non bastasse, il clima lavorativo era tossico e intriso di maschilismo. I membri del Consigio di amministrazione, oltre a mostrare scarsa fiducia l’uno nell’altro, si lasciavano andare a commenti imbarazzanti e offensivi: «Chiacchiere da spogliatoio maschile di cui avrei fatto volentieri a meno, commenti sulle ragazze che si portavano a casa, storie che mi hanno traumatizzata a vita. Quando hanno scoperto per caso che ero bisessuale, sono stata oggetto di attenzioni morbose e battute sessiste. Uno di loro, un noto millantatore, non mancava di farmelo sapere in questi esatti termini».

Il crollo La situazione peggiora quando tre dei membri del Consiglio di amministrazione iniziano a sospettare dell’unico di cui non si fidavano e chiedono a Giada di svolgere attività illegali, ai limiti dello spionaggio industriale e della violazione della privacy. Al suo rifiuto, arrivano le minacce. Il clima diventa insostenibile: giornate di 15 ore di lavoro, ansia costante e nervosismo. Giada finisce per ammalarsi. «Una sera, a casa di amici, mi prende quello che poi mi diranno essere stato un attacco ischemico temporaneo. Metà del mio corpo perde sensibilità, non capisco più l’inglese (nonostante sia madrelingua), per qualche minuto tutto sembra irreale. Due settimane dopo succede di nuovo, stavolta in Italia». Giada va in ospedale. Dopo tre giorni di ricovero, una dottoressa le dice: «Hai avuto un attacco ischemico temporaneo, è una cosa che succede agli ultra 80enni o a chi fa abuso di cocaina, e tu non mi pare che abbia 80 anni». L’unico che crede che sia stato lo stress è il tecnico della Tac. Tuttavia, a Giada questo lavoro serve, anche se i pagamenti sono costantemente in ritardo e sta rischiando di essere sfrattata.

Molestie Nel frattempo, uno dei membri del Consiglio di amministrazione diventa ancora più invadente. Non bastano i commenti spinti, i racconti dettagliati delle sue performance sessuali o le proposte di una cosa a tre: inizia a molestarla fisicamente, dicendole che voleva «curarle il gay». «Quando ho rifiutato le sue avances, mi ha messo le mani addosso. L’ho spinto via. Da quel momento ha iniziato ad accusarmi di essere in combutta con gli altri tre, attribuendomi le peggiori colpe» A quel punto, per Giada la misura è colma. Non solo per le molestie e le condizioni vessatorie, ma anche perché inizia a sospettare che la fondazione sia in realtà una truffa per sottrarre soldi agli investitori.

Dimissioni Quando Giada annuncia le dimissioni, scatta il ricatto: «Ho ricevuto minacce di morte dal mio molestatore, mentre gli altri, nel panico, mi hanno costretta a firmare un NDA con una clausola di esclusività di cinque anni. Quando ho fatto notare loro che la mia carica ufficiale era ‘segretaria’ e che non potevano vietarmi di fare la segretaria per cinque anni, mi sono beccata insulti e accuse». L’ultimo stipendio le arriva con otto mesi di ritardo, solo dopo tre lettere di un avvocato. Nel frattempo, i suoi ex datori di lavoro l’avevano ghostata.

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