Prosegue con la storia di Cristiano la serie di articoli che Umbria24 dedica ai racconti dei giovani umbri alle prese con un mercato del lavoro dove non mancano casi di sfruttamento, paghe da fame, mancate tutele e così via. Per raccontare la vostra esperienza contattateci attraverso i canali social di Umbria24 oppure mandate una mail a redazione@umbria24.it o umbria24tr@gmail.com

di Ilaria Alleva

Cristiano è un giovane umbro con un sogno: lavorare nel mondo dei libri. Un mercato sicuramente difficile, Cristiano lo sa, ma ha 21 anni e vorrebbe mettersi in gioco. Così contatta una casa editrice locale con cui avvia una collaborazione. 

La gavetta Inizialmente tutto procede per il meglio: Cristiano viene inserito nella correzione di bozze, il carico di lavoro non è molto e si trova bene con i colleghi, quasi tutte persone della sua età. «Era come lavorare in una specie di startup, il progetto era interessante e stimolante. Il titolare continuava a ripeterci che voleva puntare sui giovani, una cosa che non sentiamo dire molto spesso». Eppure qualcosa non quadrava: Cristiano, ingenuo, non ricorda di aver firmato alcun contratto. E soprattutto i soldi non arrivavano mai. Ma il mondo dell’editoria, soprattutto indipendente, è claudicante, dunque Cristiano pensa che con le prime pubblicazioni il denaro, anche se poco, arriverà. «Non mi interessavano davvero i soldi, volevo solo fare esperienza. Credevo nella casa editrice e credevo che impegnandomi al massimo fin dall’inizio avrei potuto fare carriera».

Le scadenze Passa almeno un anno. Cristiano ora ha qualche responsabilità in più: si confronta con gli autori, cura il libro nel dettaglio fin dalle prime stesure. Qualche volta ha diritto persino a dare indicazioni per la copertina. Ma di soldi neanche l’ombra: «Finché sono stato uno studente universitario non lavoratore potevo permettermi progetti senza compenso. Ma le cose erano cambiate: ormai ero laureato e volevo capire se avessi effettivamente un futuro nella casa editrice. A questa domanda la risposta del titolare fu ‘sì, certo! Ma i soldi ancora non li abbiamo. Quando li avremo, ne parleremo’». Ma Cristiano scopre che lui era uno dei pochi a cui lo stipendio, anche minimo, non toccava mai: altri i soldi li prendevano. Intanto l’azienda era cresciuta e le richieste erano aumentate: «Chiedevo di avere un paio di settimane di anticipo per mettermi al lavoro su un nuovo testo. Invece sempre più spesso mi arrivavano le richieste a pochi giorni dalla scadenza: ‘ci serve entro mercoledì’, mi dicevano, dopo avermi consegnato il testo la domenica». E sempre più spesso queste cose accadevano nei weekend.

Lo strappo Alla fine, Cristiano inizia a spazientirsi e inizia a cercare un altro lavoro, uno per cui sarebbe stato pagato. Il titolare lo sa, ma continua a chiedergli le consegne dei libri un po’ troppo a ridosso. Cristiano, dopo un paio d’anni, dice il suo primo secco ‘no’: «Il giovedì sera per la domenica sera mi viene chiesto di editare un romanzo che non avevo mai letto. Quindi avrei dovuto dedicare tutto il weekend a questo, sapendo bene che non avrei visto un centesimo. Dico di no, che mi sono organizzato diversamente. Da quel giorno non ho mai più sentito nessuno, è stato come se quel no avesse cancellato i due anni di impegno precedenti». Cristiano, essendo alla sua primissima esperienza lavorativa, non si era mai preoccupato di firmare un contratto di collaborazione con una retribuzione minima. Non ha mai visto un centesimo, nemmeno in nero.

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