In Umbria una controversia tributaria di secondo grado si conclude mediamente in 265 giorni, meno di nove mesi. È uno dei tempi più contenuti in Italia, dove la media raggiunge 792 giorni, oltre due anni. Anche il primo grado registra durate inferiori al dato nazionale: 207 giorni a Perugia e 177 a Terni, contro una media italiana di 359 giorni. I dati del ministero dell’Economia, riferiti ai procedimenti definiti nel 2025, collocano così le sedi umbre nella fascia più rapida del sistema della giustizia tributaria.
Nel primo grado Perugia è all’82° posto su 103 Corti di giustizia tributaria considerate, in una graduatoria ordinata dalla durata maggiore a quella minore. Il dato di 207 giorni equivale a circa cinque mesi e mezzo e risulta inferiore del 42 per cento rispetto alla media nazionale. Terni fa ancora meglio: con 177 giorni, poco meno di sei mesi, si colloca al 91° posto nella stessa graduatoria e registra tempi inferiori di circa la metà rispetto al dato italiano.
Il quadro regionale è altrettanto significativo in appello. Con 265 giorni medi, l’Umbria si trova al quinto posto tra le realtà territoriali più rapide, se si considera la classifica dalla durata minore a quella maggiore. Le differenze con le aree più lente sono ampie: la Corte di giustizia tributaria di secondo grado delle Marche registra 1.754 giorni, quasi quattro anni e dieci mesi; quella della Puglia 1.523 giorni e quella della Sicilia 1.264. In termini di durata media, il dato umbro è quindi circa un sesto di quello marchigiano.
Il confronto con le altre regioni del Centro Italia conferma la particolarità del risultato. La Toscana registra 629 giorni e il Lazio 605, entrambi valori più che doppi rispetto all’Umbria. I dati descrivono una situazione favorevole sul piano dei tempi medi, ovviamente questo al netto della qualità complessiva del servizio, l’esito delle controversie o le differenze nella complessità dei fascicoli trattati.
Le statistiche richiedono inoltre una precisazione: le durate indicate si riferiscono ai procedimenti conclusi nel 2025, non necessariamente a quelli iniziati nello stesso anno. Si tratta quindi del tempo medio impiegato per definire le cause arrivate a conclusione, non di una previsione di quanto dovrà attendere chi presenta oggi un ricorso.
Il tema assume un rilievo ulteriore dopo la sentenza dell’8 ottobre con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata sulla durata dei procedimenti fiscali e sull’effettività dei rimedi previsti in Italia. La decisione, relativa a controversie nelle quali erano state applicate maggiorazioni d’imposta e sanzioni, riconosce che anche in ambito tributario deve essere garantita una tutela effettiva contro i ritardi eccessivi quando le sanzioni contestate hanno natura sostanzialmente penale ai fini della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
La pronuncia richiama la legge Pinto, che disciplina l’equa riparazione per l’irragionevole durata dei processi. La valutazione deve tenere conto delle caratteristiche della controversia, della sua complessità, del comportamento delle parti e delle autorità giudiziarie, oltre che delle conseguenze che il protrarsi del procedimento produce sul contribuente. Il riconoscimento del rimedio non dipende, di per sé, dall’esito favorevole o sfavorevole della causa.
La legge Pinto indica come termini di riferimento tre anni per il primo grado, due per il secondo e uno per il giudizio in Cassazione, ferma restando la valutazione delle circostanze concrete. Le medie umbre del 2025 sono inferiori a queste soglie nei primi due gradi.
La Cassazione resta infatti il passaggio nel quale i tempi possono allungarsi sensibilmente. Le ultime statistiche ufficiali riportate per la sezione tributaria indicano una durata media nazionale di circa quattro anni e quattro mesi.
