Si chiama deep canvassing. Non cerca di convincere chi la pensa diversamente con slogan e argomenti precostituiti, ma attraverso conversazioni personali, ascolto e condivisione di esperienze. La ricerca scientifica ne ha misurato gli effetti. E anche chi conduce queste conversazioni finisce per cambiare prospettiva. Un metodo che potrebbe trovare terreno di sperimentazione anche in Umbria.
C’è un momento, nelle discussioni sui diritti delle persone transgender, in cui il confronto sembra diventare impossibile. Da una parte chi rivendica il riconoscimento delle identità di genere, dall’altra chi teme che questo riconoscimento metta in discussione convinzioni culturali, religiose o educative. Nel mezzo, spesso, persone che hanno domande, dubbi, esperienze indirette e opinioni non sempre così nette come lasciano intendere le discussioni pubbliche.
E se, invece di provare a convincersi reciprocamente, si cominciasse ad ascoltarsi?
È la domanda alla base del deep canvassing, una tecnica di confronto che negli Stati Uniti ha attirato l’attenzione dei ricercatori e che è stata raccontata il 22 ottobre da Hannah Wallace sulla testata Reasons to Be Cheerful, nell’ambito del suo The Depolarization Project, una serie dedicata alle esperienze che provano a ridurre le divisioni sociali e politiche.
La tecnica nasce negli Stati Uniti dopo una sconfitta politica. Nel novembre 2008, mentre Barack Obama veniva eletto presidente, in California passava la Proposition 8, che aboliva il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Per il movimento Lgbtq+ era la ventottesima sconfitta consecutiva nelle consultazioni sul matrimonio egualitario. Da quella delusione nacque una domanda diversa da quelle che avevano guidato fino ad allora le campagne: anziché cercare soltanto chi era già favorevole, perché non provare a parlare proprio con chi aveva votato contro?
Il progetto prese forma attraverso il lavoro del Leadership Lab del Los Angeles Lgbt Center e successivamente si sviluppò anche grazie alla New Conversation Initiative e al Deep Canvass Institute. Il principio era semplice, almeno in apparenza: andare porta a porta, incontrare persone con opinioni differenti e costruire una conversazione nella quale chi ascolta non abbia fretta di rispondere.
L’episodio raccontato da Wallace aiuta a capire come funziona. Una volontaria transgender, che nell’articolo viene chiamata Cindy, incontra un uomo, Ethan, contrario agli interventi su minori. Gli chiede di collocarsi su una scala da zero a dieci, dove dieci indica il massimo sostegno al divieto. Lui risponde otto.
La donna non comincia contestando le sue convinzioni. Gli chiede di spiegarsi e, a un certo punto, racconta la propria esperienza. Parla della sensazione di avere indossato per anni un costume che non le apparteneva e della possibilità, una volta intrapreso il proprio percorso, di riconoscersi anche nelle cose quotidiane. «Adesso mi piacciono persino i vestiti, il che è pazzesco», racconta. «Ora posso semplicemente scegliere qualcosa che mi rappresenta».
Solo dopo la conversazione torna sulle cure per i minorenni e sul percorso che, secondo la sua spiegazione, prevede diverse fasi e valutazioni. Alla fine chiede nuovamente all’uomo di collocarsi sulla scala. Ethan passa da otto a tre. «Mi ci farai pensare per tutto il resto della giornata», le dice.
La differenza rispetto a un dibattito televisivo o a una discussione sui social è sostanziale. Nel deep canvassing non si parte dalla necessità di stabilire chi abbia ragione. Si cerca di capire che cosa abbia portato una persona a maturare una determinata convinzione. Il racconto personale diventa uno strumento per rendere comprensibile una condizione che, fino a quel momento, era rimasta astratta.
Ma c’è un altro elemento, forse ancora più interessante: la curiosità deve essere autentica. «Non sono qui per farti una lezione. Voglio davvero capire che cosa pensi», è il messaggio che, secondo Steve Deline, co-direttore della New Conversation Initiative, deve arrivare all’interlocutore nei primi trenta secondi. Se la persona percepisce che l’obiettivo è semplicemente portarla dalla parte di chi bussa alla porta, la conversazione perde gran parte della sua efficacia.
Non si tratta, insomma, di una versione più gentile della propaganda. È un metodo che richiede a chi lo pratica di mettere temporaneamente da parte la propria certezza di avere già compreso l’altro.
La questione non è soltanto teorica. Nel 2016 la rivista scientifica Science pubblicò uno studio di David Broockman e Joshua Kalla, intitolato «Durably reducing transphobia: A field experiment on door-to-door canvassing». I ricercatori avevano organizzato un esperimento in Florida, coinvolgendo 56 volontari e 501 elettori. Le conversazioni, della durata di circa dieci minuti, erano costruite per incoraggiare le persone a mettersi nella prospettiva di chi vive un’esperienza diversa dalla propria. I risultati mostrarono una riduzione significativa degli atteggiamenti di pregiudizio verso le persone transgender, mantenuta anche a distanza di tre mesi. L’effetto si osservò sia quando a condurre il confronto erano persone transgender sia quando erano volontari non transgender. Lo studio rilevò inoltre un aumento del sostegno a una legge contro le discriminazioni.
C’è poi un risultato meno intuitivo, che merita forse più attenzione di quello relativo al cambiamento di opinione degli elettori. Le conversazioni modificano anche il modo di pensare di chi le conduce.
Una ricerca successiva, pubblicata nel 2022 sull’American Political Science Review dagli stessi studiosi, ha esaminato tre campagne di contatto con elettori che sostenevano posizioni politiche differenti. Due riguardavano l’immigrazione, una le elezioni presidenziali americane del 2020. I ricercatori hanno rilevato una diminuzione della polarizzazione affettiva tra i volontari, cioè dell’ostilità e della diffidenza verso le persone schierate dalla parte opposta. Le risposte raccolte mostrano che alcuni avevano scoperto di poter condividere esperienze e valori con interlocutori che prima consideravano semplicemente avversari. Altri avevano compreso che non esiste un unico modo di pensare all’interno di uno stesso schieramento.
È un risultato importante perché sposta il significato dell’esperimento. Non cambia soltanto chi riceve il messaggio. Cambia anche chi pensava di avere il compito di trasmetterlo. Il volontario che parte convinto di dover spiegare all’altro perché sbaglia può scoprire, tornando a casa, di avere compreso qualcosa che prima ignorava. La riduzione della distanza non procede quindi in una sola direzione.
È proprio questo aspetto a rendere interessante il possibile collegamento con l’Umbria.
La regione ha già attraversato una parte significativa del confronto sui diritti legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Nel 2017 l’Assemblea legislativa approvò la legge regionale numero 3, con norme contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere. Un provvedimento che riconosce la dignità e il diritto all’autodeterminazione delle persone, ma che richiama anche il rispetto della libera espressione delle opinioni e del pluralismo delle idee.
Negli anni successivi si sono sviluppate esperienze associative e servizi di supporto. Si cita il lavoro del Centro antidiscriminazioni di Omphalos, nato nel 2022 e rivolto alle persone Lgbtqia+ vittime di discriminazioni e violenze, con assistenza psicologica, legale e sociale. Ha seguito anche l’iniziativa che nel maggio 2024 portò il numero del Centro sugli scontrini delle Coop di Perugia. Ha fatto seguito l’introduzione della carriera alias al Cavour-Marconi-Pascal e al liceo Pieralli di Perugia. Con quelle due decisioni le scuole umbre che avevano adottato lo strumento erano diventate sei. La questione aveva già interessato l’Università degli Studi di Perugia, che lo aveva introdotto nel 2016, e l’Università per Stranieri, nel 2024. Sono numerose inoltre le iniziative che da diversi anni ormai vedono impegnato l’attivismo umbro sui diritti civili particolarmente su quelle legate alle discriminazioni di genere e che vanno da forme creative e riuscite di comunicazione, a strumenti di protezione per le vittime, ad azione politica per incidere sui livelli istituzionali, fino a battaglie legali e a iniziative di protesta e rivendicazione che hanno visto crescere le fila di un movimento largamente riconosciuto sul nostro territorio regionale.
C’è anche un elemento quantitativo che suggerisce di non considerare il problema soltanto una questione di sensibilità individuale. Il progetto Lgbti Community Lab 2026, promosso da Omphalos nell’ambito del servizio civile, riporta alcuni dati riferiti alla realtà regionale: il 19,4 per cento dei maschi gay e il 18,4 per cento delle donne lesbiche avrebbe subito insulti o molestie legati all’orientamento sessuale; nelle scuole umbre due studenti su dieci sarebbero stati offesi per lo stesso motivo. Sono dati riportati nella documentazione progettuale. Ma indicano un ambito nel quale il lavoro di prevenzione e sensibilizzazione resta necessario.
Il punto, tuttavia, non è immaginare il deep canvassing come un sostituto dei servizi antidiscriminazione, delle politiche scolastiche o delle tutele previste dalla legge. Sono strumenti con funzioni diverse. Il primo interviene sulle relazioni e sulle convinzioni; gli altri devono garantire protezione, diritti e possibilità concrete di accesso ai servizi.
La sperimentazione potrebbe semmai affiancarli. Per esempio, attraverso percorsi di formazione per volontari, associazioni, educatori e operatori sociali, con incontri nei quartieri, nelle scuole e nei luoghi di aggregazione. Non necessariamente per discutere soltanto con chi sostiene posizioni apertamente contrarie ai diritti delle persone transgender. Anche le persone che si dichiarano favorevoli possono avere difficoltà a comprendere le esperienze altrui, mentre chi ha dubbi potrebbe essere interessato a confrontarsi senza sentirsi immediatamente collocato in uno schieramento.
Peraltro, un esperimento di questo tipo avrebbe bisogno di alcune condizioni: volontari preparati, conversazioni realmente volontarie, attenzione alla riservatezza e soprattutto una valutazione indipendente dei risultati. Non basterebbe contare quante persone dichiarano di avere cambiato idea. Bisognerebbe verificare se nel tempo diminuiscono la diffidenza, gli stereotipi e la disponibilità ad accettare comportamenti discriminatori.
Un confronto potrebbe coinvolgere anche persone che non condividono le rivendicazioni delle associazioni Lgbtqia+, senza trasformare la loro partecipazione in un’operazione di reclutamento. L’obiettivo dovrebbe essere comprendere quali timori siano fondati su informazioni inesatte, quali derivino da esperienze personali e quali siano invece legati a convinzioni culturali o religiose che non possono essere liquidate con una battuta.
L’Emilia-Romagna offre, da questo punto di vista, un esempio interessante, anche se non coincidente con il modello americano. Nel 2026 la Regione ha promosso la campagna «Non sono solo scritte», nata dal confronto tra associazioni Lgbtqia+ e il Patto di collaborazione del Comune di Bologna. L’iniziativa ha portato negli spazi pubblici alcune delle espressioni omolesbobitransfobiche che si incontrano nei bagni delle scuole, sui muri e nei luoghi di lavoro, per mostrare come la discriminazione non si manifesti soltanto attraverso le aggressioni, ma anche attraverso parole e battute apparentemente innocue. A Reggio Emilia, invece, esiste dal 2015 un tavolo interistituzionale che coinvolge Comune, Provincia, tribunale, Procura, strutture sanitarie, università, scuole e associazioni per coordinare gli interventi contro le discriminazioni. Non è deep canvassing, ma mostra come il confronto possa essere costruito anche attraverso una rete territoriale e il coinvolgimento di soggetti che normalmente non siedono allo stesso tavolo.
C’è una differenza tra una società nella quale tutti sono d’accordo e una nella quale persone che non sono d’accordo riescono comunque a parlarsi. La prima, sui temi etici, è probabilmente un obiettivo irrealistico. La seconda è una condizione democratica che si può provare a costruire. E, a giudicare dagli esperimenti raccontati negli Stati Uniti, potrebbe persino capitare che, andando a bussare alla porta di qualcuno per provare a fargli cambiare idea, si finisca per tornare a casa con qualche convinzione in meno anche dalla propria parte.


