Piermario Morosini

di Mario Mariano

Una partenza in auto da Perugia quando era ancora buio, il tempo necessario per arrivare in tempo ai funerali a Bergamo di Piemario Morosini: Walter Novellino ha voluto esserci perché quel giovanotto «triste, di poche parole», come lo hanno raccontato in tanti in questi giorni, lui lo aveva allenato, seppure per pochi mesi alla Reggina. «Credo di averlo conosciuto bene – racconta “Monzon” sulla strada di ritorno da Bergamo – perché era trasparente, diretto, seppure non fosse facile farlo aprire. Anzi, non appena lui intuiva che il discorso sarebbe finito sulle disgrazie che avevano segnato la sua vita, si irrigidiva, quasi portato a fuggire».

I funerali C’era tutto il calcio italiano ai funerali del calciatore del Livorno morto sabato scorso a Pescara, il presidente della Figc Giancarlo Abete, il ct Cesare Prandelli, originario di Orzinuovi, non lontano dalla terra bergamasca: «Di proposito non sono andato al saluto che società, squadra e tifosi del Livorno hanno riservato a Piermario – spiega Novellino – perché io l’ho allenato alla Reggina e non al Livorno e non volevo “appropriarmi” di un rapporto che avevo avuto qualche anno fa. Ma nel tempo il ragazzo non era cambiato, il dolore che lui ha provato non si rimuove, dura una vita».

Il Moro e Renato Quella del “Moro” è durata quanto quella di un altro atleta morto in campo, Renato Curi: «Ed io sono andato al funerale proprio avendo tutti e due nel cuore, conosco anche io il peso della vita, le sofferenze che riserva, il mio è stato un atto dovuto, una testimonianza da dare oggi come 34 anni fa. E’ passato tanto tempo dalla tragedia di Renato, ma quando in tv ho visto che Morosini si era accasciato, ho rivisto gli stessi fotogrammi di allora».

I ricordi sul campo Si è molto argomentato in questi giorni di lutto sui continui trasferimenti di Morosini, che non aveva trovato da quando veniva considerata una autentica promessa del calcio italiano una società, un allenatore che credesse ciecamente in lui: «Che avesse delle qualità è indubbio – osserva Novellino -, ma non è riuscito a fare quel salto che gli ha permesso di affermarsi ai livelli più alti. Le ragioni possono essere diverse, in questi giorni ho sentito e letto molti giudizi  forti, altisonanti: per rispettarne pienamente la memoria è necessario mettere da parte l’ipocrisia che in questi frangenti abbonda sempre: io alla Reggina l’ho utilizzato perché a centrocampo c’era bisogno di freschezza atletica, di corsa, di accelerazioni. Poi l’ho perduto di vista, se in vita mi avessero chiesto un giudizio tecnico avrei dato lo stesso che do adesso che non c’è più: Piermario era un buon giocatore ma non un campione come mi è sembrato di cogliere in alcuni giudizi. Un giocatore segnato dal destino, che ha avuto qualche momento di gloria, ma che è stato sempre costretto a lottare più di altri per occupare lo spazio che il calcio gli riservava. Le disgrazie che hanno colpito la sua famiglia non possono non averlo segnato, quelle le portava  sempre addosso. Per averne una riprova bastava guardarlo negli occhi anche solo per un attimo».

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