di Diletta Paoletti
Al Festival del giornalismo (di tutti i giornalismi) non poteva mancare (siamo in Italia!) uno spazio dedicato al giornalismo enogastronomico. Come cambia, ai tempi di internet e dei blog, il modo di comunicare le eccellenze che riempiono le tavole del nostro paese? Quali le sfide e quali le nuove frontiere? Se ne è parlato al Centro servizi G.Alessi, nel corso di un’iniziativa organizzata con la collaborazione della Camera di commercio di Perugia e del Centro estero umbro e intitolata “Un palato immaginario: dalle guide ai blog, metamorfosi del giornalismo gastronomico”.
Frastuono informativo Sì, proprio un “palato immaginario” perché oggi è il caso di riflettere sull’identità del giornalismo (in generale) ed enograstronomico (in particolare). Altrimenti è la crisi – o meglio la “malattia” – di entrambi. Dalla guida gastronomica, per anni una sorta di bibbia, siamo passati ai blog per tutti i gusti (è proprio il caso di dire), dove i commenti hanno superato le notizie. «A fronte di questo frastuono informativo, anche il giornalismo del mangiar-bene deve, quindi, reinventarsi. Per aiutare il cittadino-consumatore ad avere (buone) informazioni», ha spiegato Federico Fioravanti, giornalista e moderatore del dibattito.
L’importanza dell’informazione Equilibratamente cosmopolita il tavolo dei relatori: due italiani, Maurizio Pescari (giornalista e blogger) e Alfredo Tesio (corrispondente in Italia per la televisione danese) e due stranieri, molto attenti alla realtà italiana: Tom Mueller (giornalista e scrittore) e Mort Rosenblum (a lungo inviato di guerra, opinionista Global Post e autore di Olive: la vita e la tradizione di un frutto nobile). «Effettivamente sono sempre di più i consumatori attenti, in grado di valutare il prodotto che mangiano e che bevono», spiega Pescari. In altri termini, non c’è più il monopolio del giornalista specializzato. «Siamo tutti “giornalisti della qualità?», si chiede. «Forse sì, perché, in fin dei conti, giornalista non è chi lo è ma chi lo fa». Attenzione però alla sempre valida equazione “troppa informazione uguale nessuna informazione”, soprattutto se pensiamo che «la ricchezza delle tradizioni alimentari italiane è difficile da trasporre sul piano comunicativo», sostiene Mueller. «C’è da dire che finalmente – aggiunge Tesio – il giornalismo enogastronomico non ha più un ruolo ancillare rispetto a quello economico o politico, anche perché l’agroalimentare è oramai un valore italiano importante».
Slow food Ma per conoscere i nostri prodotti, non basta qualcuno che ce li racconti: bisogna maneggiarli, assaporarli in prima persona. Fondamentale è il fattore tempo: oggi la cucina occupa una frazione infinitesimale della nostra giornata, sapori, profumi e odori sono ormai sconosciuti ai più. E ugualmente fondamentale è il recupero della centralità della tavola domestica che – oltre a costituire lo spazio di mediazione dei conflitti, nella sua tradizionale funzione sociale – è il veicolo principale per una prima alfabetizzazione enogastronomica. Acquistare e trasformare i prodotti, quindi, per riconoscere ciò che è buono. «Nella mia terra, l’America – spiega con rammarico Rosenblum – abbiamo perso del tutto questa dimensione, che è anche un aspetto di civiltà». «Adoro lo slow food – continua – e invidio voi italiani (ma anche i francesi del sud) che ancora riescono a ritrovarsi attorno ad una tavola». Elogio della lentezza, dunque. Ma, spiegano i relatori, ancora non basta: per valorizzare quello che si ha serve anche un sapiente intervento di marketing.
In Umbria manca il marketing Prosciutto di Norcia, lenticchia di Castelluccio, salumi e chi più ne ha più ne metta: tanti sono i prodotti di eccellenza nella nostra regione ma spesso non sono adeguatamente raccontatati. «L’Umbria non ha sviluppato un efficace marketing territoriale» spiega Pescari. Tanto da «apparire ai danesi come un paese della Toscana», spiega Tesio e «essere percepita come una serie di singole città, non come un insieme organico», gli fa eco Mueller. Guardando ai nostri confini, la Toscana ha investito molto nella promozione di se stessa, ottenendo riconoscimento anche e soprattutto all’estero. Fino all’estremo: il marchio prevale sul prodotto, il marketing sovrasta la realtà. L’Umbria invece è ancora vera, realmente genuina. La sua qualità è reale. Basta solo saperlo comunicare. Per dirla con Tesio, «gli Umbri sanno fare, ma devono farlo sapere».


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Viva l’Umbria!